Alla scoperta della Nuova Zelanda – Parte II

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19/03/2014 di movimentobirra

Parte I

A caccia di birre da un’isola all’altra: Isola del Sud

La vasta, spopolata e meravigliosa Isola del Sud è il cuore della rinascita birraria degli antipodi: nomi come Nelson e Motueka non possono che donare un brivido di gusto agli appassionati della bevanda di Gambrinus e il pioniere Terry McCashin ha iniziato proprio sulla costa settentrionale di quest’isola, nei pub che possedeva a Picton e Blenheim, la rivoluzione artigianale kiwi.

La Golden Bay e la regione di Marlborough sono le terre sante del mondo birrario e vinicolo neozelandesi: la “baia dorata” è infatti la culla delle varietà più pregiate di luppolo, la Cloudy Bay, a sud dei fiordi del Marlborough Sounds, è invece la casa del rinomato Sauvignon Blanc degli antipodi. Pur nella mia quasi assoluta ignoranza enologica non ho potuto evitare di notare la sorprendente affinità tra gli aromi di frutta tropicale e pesca gialla donati alle birre dal Nelson Sauvin e il bouquet dei migliori vini bianchi della regione.

I microbirrifici sono numericamente assai più presenti qui che in altre regioni, inoltre, il clima felice e soleggiato della costa nord dell’isola meridionale ha permesso di creare locali godibilissimi e con un ampio sfruttamento degli spazi all’aria aperta.

Founder’s Brewery, Nelson

Founder’s Brewery, Nelson

Nelson, patria di uno dei luppoli più famosi al mondo e residenza di numerosi kiwi e inglesi di mezza età, spesso ex hippy, che hanno deciso di piantare le tende in questo splendido angolo del globo, ha una lunga e solida tradizione brassicola: non è un caso che una delle principali attrazioni turistiche per famiglie, il Founders’ Park, in cui è riprodotto l’aspetto che la cittadina aveva tra fine Ottocento e i primi del Novecento, includa un microbirrificio, la Founders’ Brewery. Le birre, una Lager chiara, una Vienna luppolata con Saaz, una Lager scura, una Ale ambrata, una IPA e una New Zealand Pale Ale, sono purtroppo di basso livello: tutte esili e senza carattere, la Lager scura è un gradino sopra le altre mentre la IPA e la New Zealand Pale Ale presentavano, al momento della mia visita, parecchi difetti.

Sprig and Fern, Nelson

Sprig and Fern, Nelson

In città è nato anche il birrificio Sprig and Fern, che ora possiede 6 tavern nella regione e una a Wellington. I locali, tutti improntati a uno stile finto informale, e dunque, in realtà, ricercato, come testimoniano i pretenziosi snack proposti dalla cucina, vengono massicciamente frequentati all’ora dell’aperitivo da giovani alla moda e professionisti di mezzà età. Alle spine sono disponibili, in ciascun locale della catena, 13 birre brassate tutto l’anno, qualche specialità stagionale a rotazione e un paio di sidri. E’ possibile ordinare una palette di degustazione, dalla quale ho assaggiato una Pilsner molto più europea della media locale, la Tasmanian Lager, una birra dorata da 6,5 gradi alcolici e con luppoli di Tasmania, con molta frutta tropicale e toni vinosi sia al naso che in bocca, una Ginger Lager, che ha mantenuto le promesse di essere un’autentica verniciata di zenzero, una Best Bitter, senza carattere e dal naso un po’ confuso, una IPA, discretamente equilibrata e con una luppolatura terrosa all’inglese, e, infine, una Porter, che si è rivelata una sufficiente e scolastica interpretazione dello stile. Una simpatica caratteristica di questa microcatena di pub è la variante birraria e personalistica dell’usanza napoletana del “caffé a disposizione”: si può far trovare una o più pinte già pagate ad un amico che passerà nel locale più tardi o nei giorni successivi, gli omaggi prenotati vengono registrati su una lavagna alle spalle del bancone.

Freehouse, Nelson

Freehouse, Nelson

La vera gemma birraria di Nelson è però la Freehouse, un pub indipendente (cioè con linee di spillatura di proprietà, caratteristica rara agli antipodi quanto in Italia) davvero stupendo, contraddistinto da una colorata e vivacissima sala interna, una ludoteca per  bambini, un giardino esterno con alcuni gazebo e un piccolo tendone per esibizioni di musica del vivo ma, soprattutto, spine e pompe interamente dedicate alla scena artigianale della regione. Lo staff fa sentire a casa propria anche chi arriva dall’altra parte del mondo, c’è la possibilità di assaggiare gratis le birre prima di ordinare la pinta e, considerato che l’offerta gastronomica è limitata a snack e al classico pub grub, è consentito di ordinare cibo dal ristorante indiano dall’altro lato del marciapiede o di portarlo con sé da casa.

I titolari producono inoltre presso vari birrifici della zona alcune birre che commercializzano con il marchio Dead Goods: ho assaggiato una IPA dall’olfatto seducente, con pesca, albicocca, uva bianca e bacca di cipresso e dal gusto equilibrato tra fruttato dolce e amaro agrumato.

Stoke Brewery, Stoke

Stoke Brewery, Stoke

Poco a ovest di Nelson, nella cittadina di Stoke, è avvenuta una rinascita nella rinascita: la Rochdale Cider Factory è infatti stata la prima sede del birrificio Mac e ha ospitato una parte della produzione fino al 2009, anno in cui, alla scadenza del concordato decennale tra Terry McCashin e la Lion Nathan, la multinazionale ha acquistato in via definitiva il marchio e spostato la produzione delle birre Mac ad Auckland. Il pensionamento della vecchia sidreria è però durato pochissimo, dal momento che Dean McCashin, figlio di Terry, ha deciso di non accontentarsi di vivere di rendita e ha aperto il birrificio Stoke con una suggestiva tap-room.

Dean, che ha ereditato dal padre l’abilità commerciale oltre alla vocazione brassicola, ha significativamente diviso la sua produzione in due famiglie: Range raccoglie le birre più ordinarie, destinate a fungere da “traghetto” per il passaggio dall’ industriale all’ artigianale dei bevitori meno esperti, Bomber quelle prodotte con aromi e sapori più intensi e audaci. Mi sono ovviamente dedicato solo alle seconde, con un’ interessante palette da degustazione composta da: Biscuit Lager, un’ambrata a bassa fermentazione con un gran carattere biscottato e di caramello temperato dall’amaro delle tostature e da una luppolatura con Motueka e Nelson Sauvin (quest’ultimo avvertibile sotto forma di asciuttezza vinosa sul palato), Bohemian Ale, una Golden con frumento e il solito Nelson, complessa ma non del tutto risolta, con un’evidente parte maltata, una freschezza citrica ai lati della lingua, un tono grainy un po’ grezzo sul palato e un lungo amaro agrumato di pompelmo, Kiwi Pale Ale, ambrata con quattro malti e cinque luppoli, ben bilanciata tra una consistente parte biscottata e l’amaro agrumato finale, forse non indimenticabile ma piacevole, una discreta Smoked Ale ambrata che gioca tra miele, caramello, toni torbati e una luppolatura ben dosata e non invadente e una beverina Oatmeal Stout, gradevolissima ma con in poca evidenza le sensazioni cremose e vellutate dell’avena.

Moutere Inn, Upper Moutere

Moutere Inn, Upper Moutere

Proseguendo verso ovest lungo la Golden Bay si incontrano il piccolissimo birrificio Golden Bear di Mapua, di cui ho assaggiato la Seismic Kaucoe, Double IPA ben eseguita anche se non miracolosa, e il leggendario Moutere Inn di Upper Moutere, il più antico pub neozelandese rimasto ininiterrotamente in attiività.

Aperto fin dal 1850 in un caratteristico edificio coloniale in legno, il Moutere è oggi una public house piuttosto elegante negli arredi, con una dozzina di spine e pompe artigianali a rotazione, una buona scelta di vini e distillati, cucina curata anche se non esattamente economica e alcune stanze per alloggiare. Lo staff è competente e molto professionale, da “scuola alberghiera”, senza la simpatia contagiosa e il carattere easy going tipici dei neozelandesi e che si respirano in locali come la Freehouse di Nelson o l’Hashigo Zake di Wellington, anche qui vige però la civile e apprezzata regola dell’assaggio gratuito.

A pochi chilometri di distanza dall’antico pub, nello stesso comune di Upper Moutere, c’è la suggestiva casa di campagna che ospita la Townshend Brewery, che produce Real Ale in un piccolo impianto da 650 litri e tradizionali sidri.

Tutte le birre Townshend che ho assaggiato durante il viaggio sono state un semplice e puro godimento, spesso dopo aver assaggiato qualche prodotto deludente cercavo il loro nome nella lista del pub di turno per esser sicuro di rifarmi il palato. La Bandsman è una Bitter dal naso intenso, con bergamotto essicato e confettura di mela renetta, e un ammirevole equilibrio gustativo, con la dolcezza del malto subito temperata dall’agrumato dei luppoli, da bere davvero a secchiate; la Old House Extra Special Bitter è un eccellente incarnazione dello stile, con prugna, mela, pera abate e terroso volatile dei luppoli al naso, in bocca un breve attacco di cotognata e poi un lunghissimo amaro erbaceo che arriva al rabarbaro, la Aoateroa Pale Ale valorizza oltremodo l’agrumato dei luppoli indigeni, mentre la J.C IPA è più fedele all’autentica tradizione britannica delle IPA, dorata, con esteri fruttati (pera matura) in evidenza e un amaro ben temperato da luppolatura inglese.

Superata Motueka con le sue maestose piantagioni di luppolo, nel piccolo paese di Riwaka ci si imbatte nella tap room del nanobirrificio Monkey Wizard, che produce tre tipologie della nostra bevanda preferita: una Lager molto caratterizzata dal luppolo Motueka, agrumatissima di mapo al naso, fresca e dissetante in bocca, con solo un tocco di grainy di troppo, una davvero interessante Saison con sambuco e Nelson Sauvin, profumata di clorofilla e frutta tropicale, vivace e vegetale in bocca, con toni quasi da baccello di fava crudo, e una Blond Ale piena dei profumi di pesca gialla e albiocca del Nelson e discretamente riuscita al gusto, con una parte maltata che sopporta bene la carica vinosa e fruttata della potente luppolatura.

Mussels Inn, Golden Bay

Mussels Inn, Golden Bay

Nel cuore della Golden Bay e in the middle of nowhere, in mezzo a un bosco costiero tra i paesini di Takaka e Collingwood, c’è l’imperdibile Mussel Inn, uno dei monumenti del mondo birrario neozelandese. Aperto fin dal 1992, questo brewpub che sembra un chiringuito collocato un po’ troppo lontano dalla spiaggia ha un’atmosfera davvero unica, al di fuori di ogni coordinata spaziale e cronologica: la dimensione atemporale e di gioia cosmica che qui si vuole raggiungere è ben esemplificata dalla trave del patio in cui sono stati “crocefissi” innumerevoli telefonini e dal falò che viene acceso ogni sera in mezzo al cortile, con ex hippy ormai stagionati e giovani che si propongono esplicitamente come loro eredi che ballano e cantano tutti insieme attorno al fuoco. Una cena al tramonto in questo locale, nella cui semplice ma saporosa cucina il pesce fresco e le cozze giocano ovviamanente un ruolo di primo piano, è un’esperienza da inserire ad ogni costo in qualunque tour si voglia compiere nell’arcipelago ai nostri antipodi.

La creazione più famosa dei birrai Reuben Lee e Andrew Dixon è senz’altro la Captain Cooker Manuka Beer, versione riveduta e corretta della prima birra prodotta nell’arcipelago, brassata da James Cook nel 1773 per dissetare il suo equipaggio e aromatizzata con foglie di manuka per prevenire lo scorbuto.

La ricetta del Mussell Inn, lanciata sul mercato nel 1995, è stata ceduta anche alla Salt Lake City Brewery negli USA e alla De Proefbrouwerij  in Belgio con l’esplicito intento di far conoscere questa birra, interpretata dai suoi creatori come la più sincera portabandiera della Nuova Zelanda, nei due continenti dalla più solida tradizione brassicola.

La Captain Cooker odierna è una Lager (mentre possiamo essere ragionevolmente certi che il capitano Cook non realizzò una bassa fermentazione…) ambrata scura, leggera in alcol (4% ABV) e potentemente aromatizzata con le cime fresche dell’albero di manuka. L’originale speziatura la caratterizza molto: al naso si manifesta con un tocco balsamico e vegetale accanto al mielato dei malti e a toni agrumati, in bocca il sentore balsamico diventa dominante, con netti sapori di citronella e melissa che si uniscono al mielato dei malti: malgrado l’ amaro finale sia abbastanza deciso  l’ho trovata un po’ difficoltosa da bere, mia moglie e altri avventori, invece, l’hanno gradita molto. Tra le numerose altre produzioni della casa ho assaggiato la Foxy Tale, una “session Bitter” ambrata da 3,7 gradi alcolici con un debutto problematico nel bicchiere servito a temperatura glaciale (un pizzico di solfuro accanto al terroso dei luppoli al naso, scarica e non a postissimo in bocca) ma poi migliorata sensibilmente con l’acquisizione di una temperatura più idonea allo stile, la Pale Whale, robusta Double IPA ben costruita e piacevole, e,la sorpresa più gradita della serata, la Lean Lamb, una Farmhouse Ale passata in botte: al naso si presenta con fragola, legno, un pizzico di bretta e di fenolico, in bocca si trovano le stesse note di frutta rossa, una frizzantezza acida acetica ai lati della lingua e un tocco di astringenza da legno, scende benissimo in gola e con l’aumentare della temperatura perde il carattere fragolato e acquisisce sentori di foglie di menta e toffee, davvero una birra orginalissima e gradevole.

Sulla costa nord-orientale dell’isola del Sud, oltre i fiordi del Marlborough Sounds e tra i filari di vite di Blenheim, hanno trovato vita e spazio tre birrifici ormai affermati.

Moa Brewery, Blenheim

Moa Brewery, Blenheim

Moa Brewery è sicuramente quello più legato alle tradizioni del territorio, dal momento che il birraio Josh Scott è figlio di un noto viticoltore e la piccola tap room è letteralmente ritagliata in mezzo alle vigne. Le sue due produzioni che ho assaggiato mi hanno fatto pensare a un “Teo Musso degli antipodi”: birre molto eleganti, evidentemente studiate a lungo, e con i luppoli tenuti volutamente al guinzaglio, una scelta senz’altro anticonformista in una nazione dove gli aromi dell’humus lupulus solitamente la fanno da padroni nelle pinte e nelle bottiglie craft. La Moa Blanc, prodotta con il 65% di malto di frumento, è vagamente ispirata alle Weizen ma, rispetto ai canoni bavaresi, è molto più fruttata (toni di lychee, pesca bianca e uva bianca) e vinosa, è una birra molto dissetante, da calura estiva. L’ambrata Moa 5 Hops, malgrado il nome, presenta un bouquet in cui sono il miele e il caramello a colpire in primo luogo l’olfatto, seguiti da arancia candita e lychee, anche in bocca attacca con una netta marmellata d’arance, seguita da un amaro agrumato obietivamente molto delicato, lontanissimo dai canoni locali.

Renaissance, già arrivato in Europa e in Italia, è invece il produttore più commercialmente affermato. Il suo spazioso pub cittadino, la Dodson Street Ale House, singolarmente simile a un Biergarten tedesco, è effettivamente gestito da personale teutonico e si distingue per l’imprevedibile presenza della HB Helles alla spina accanto alle birre della casa e ad ospiti artigianali neozelandesi. Optando ovviamente per la gamma Renaissance, ho assaggiato una ale alla cannella ben bilanciata in bocca anche se non pulitissima al naso e la Perfection Pale Ale, dominata da toni maltati e di caramello e con un amaro finale un po’ grezzo e legnoso, non certo una birra perfetta a dispetto del nome.

8-Whired, infine, è tra i tre birrifici della Cloudy Bay quello con la storia più singolare e con l’immagine, a mio giudizio, più pretenziosa. Søren Eriksen, biochimico danese trapiantato in Oceania, fino al Natale 2006 non sapeva nemmeno da che parte iniziare per farsi una birra in casa: il kit da homebrewer regalatogli in quella ricorrenza dalla moglie neozelandese e un viaggio, due anni dopo, negli Stati Uniti, lo hanno convinto a lanciarsi nel mondo della birra artigianale.

Eriksen ha poi sfruttato la sua abilità al tavolo verde (e una buona dose di fortuna) per vincere due volte consecutive il campionato nazionale di poker e raccogliere così il gruzzolo necessario per impiantare un birrificio professionale. Malgrado la sua ispirazione sia statunitense, le produzioni di 8-Whired richiamano indubbiamente la scena craft della madrepatria scandinava del birraio: spesso si può notare un autocompiacimento nell’infilare nelle ricette le maggiori quantità e varietà possibili di malti e luppoli, ottenendo birre alcoliche, complesse, costose e non di facile beva.

Ho assaggiato la Saison Sauvin, matrimonio non riuscito tra il lievito French Saison e il luppolo Nelson Sauvin: al naso i toni di pesca e mango di quest’ultimo trionfano, in bocca invece parte promettente e terrosa come una Saison di razza, ma poi questa ouverture vallona viene presto deviata dal vinoso amaro da Sauvignon, che invade l’arcata palatale senza minimamente integrarsi con il gusto iniziale, la forza degli 8 gradi alcolici, poi, dà il suo contributo a renderla non certo beverina. L’etichetta, in cui l’autore vanta che, all’opposto delle Saison storiche, nate come birre da bere in quantità da parte dei contadini nei campi, la sua è una great beer, creata per essere sorseggiata e centellinata da veri intenditori, mi è parsa piuttosto sgradevole e irrispettosa della grande tradizione delle birre estive dell’Hainhaut.

La Hopwhired IPA, anch’essa oltre i 7 gradi di alcol, mi è parsa troppo caramellosa e poco agile, la Tall Poppy India Red Ale, ambrata con quattro varietà di luppoli americani è stata sicuramente la più bilanciata delle tre assaggiate, anch’essa non si distingue però certo per il corpo snello.

Anche Christchurch e la regione di Canterbury, duramente colpite dal terremoto del 2011 che sta ancora condizionando pesantemente la vita della città capoluogo, offrono alcune significative attrattive birrarie.

Brew Moon, Amberley

Brew Moon, Amberley

La cittadina costiera di Amberley è infatti la sede dell’emergente birrificio Brew Moon: nella tap room, collocata in una graziosa e soleggiata veranda, possono essere assaggiate le quattro produzioni fisse e le due stagionali che riempiono tutte le linee di spillatura del locale.

Le birre disponibili tutto l’anno sono: la Amberley Pale Ale, una session beer da 4 gradi alcolici, di colore dorato, con un naso intenso di miele d’acacia, albicocca e mandarino, un esordio mielato deciso in bocca e un lungo e persistente amaro finale, la Hop Head IPA, con un olfatto carico di agrume (il solito mapo) e miele di fiori d’arancia cristallizzato, in bocca non sono legatissime la componente maltata piuttosto forte e l’amaro agrumato finale intenso e lunghissimo, la Broomfield Brown Ale, dichiarata come un’interpretazione dello stile Mild, alcolicamente leggera, intensissima di nocciola ed erbaceo al naso, ricca, nocciolosa ma ben attenuata in bocca, e, infine, la Dark Side (of the Moon), una Strong Stout (6% ABV) dai sentori di toffee e cioccolato al latte all’olfatto, rotonda e piena in bocca, con una consistenza quasi chewy sul palato, lascia un discreto calore etilico in gola mentre è un po’ carente sul versante delle tostature.

Le due stagionali estive presenti nel corso della mia visita erano la Luna-Wit, dorata, dominata da effluvi di banana e coriandolo al naso, equilibrata e ben riuscita al gusto e la Olé Mole, una Amber Ale da 5% ABV con spezie messicane tra cui il chili, studiata per un abbinamento per affinità con i piatti messicani a base di salsa mole (una preparazione che comprende vari tipi di peperoncinio, pepe nero, pomodoro, cumino, coriandolo, garofano, yerba santa e altre spezie). Le spezie dominano ovviamente l’olfatto: sentori di peperoncino jalapeňo e chiodo di garofano lasciano comunque un po’ di spazio al malto caramello e a un tocco di tostature. In bocca a parte la base maltata e il deciso gusto piccante si sente poco altro, comunque è potabile.

A pochi chilometri a nord di Christchurch, il sobborgo di Belfast è la patria di Harrington’s, birrificio dai volumi ormai semi-industriali fondato nel 1991 da Big John Harrington, ex venditore ambulante di hot dog e fish and chips convertitosi alla birrificazione più per l’istinto dell’uomo d’affari, che ha intuito un business nascente, che per autentica passione brassicola.

L’azienda produce attualmente 28 birre, quasi tutte presenti alla spina nel gigantesco pub di Belfast dall’atmosfera non certo coinvolgente. Poco affascinato dall’ambiente, ho assaggiato solo due birre, la Saddler, una Lager chiara che si è rivelata esattamente identica alle analoghe industriali, con tanto di DMS e la Razor Back, una Bitter ambrata giusto bevibile ma nulla di più.

Christchurch, il cui centro urbano irrealmente silenzioso e inaccessibile per via delle recinzioni post-sisma colpisce duramente al cuore e suscita empatia e commozione per tutte le città e le persone che hanno la sventura di subire cataclismi naturali di questo genere, ospita due birrifici autenticamente artigianali.

Three Boys è stato duramente colpito dal terremoto e si sta lentamente riorganizzando con l’aiuto e il supporto ad altri produttori craft della zona: ho assaggiato solo una IPA non a postissimo, ma è difficile giudicare un birrificio che si trova a lottare contro avversità di questo genere e ordine di grandezza. Cassels, che invece si è salvato grazie alla sua posizione periferica, ha un locale molto raffinato e apprezzato dagli abitanti della città, soprattutto d’inverno grazie al bel camino: non ho potuto visitarlo ma ho assaggiato la loro Best Bitter veramente splendida e da manuale, con un olfatto erbaceo, terroso e speziato da the inglese, in bocca parte con un bel fruttato pieno (prugna, mela golden) e chiude con un amaro erbaceo di the verde e rosmarino.

Pomeroys, Christchurch

Pomeroys, Christchurch

Poco fuori dalla zona rossa c’è poi lo storico e splendido Pomeroy’s, una public house nella migliore tradizione anglosassone, con biliardo, freccette, sgabelli nominali destinati ai clienti fissi e un anfitrione, Steve Pomeroy, con un sorriso contagioso ed esuberante e una simpatia che definire coinvolgente è dire poco. Dopo averci subito individuato come nuovi clienti, Steve ci ha chiesto da dove venissimo e cosa ci avesse spinto a Christchurch: appreso che eravamo lì in viaggio di nozze, ci ha chiesto cosa volessimo bere, ha spillato due pinte e precisato che erano il suo regalo per il matrimonio.

Un publican di tale tempra è di per sé un’attrazione irresisitibile, se poi si aggiugono 13 spine fisse e 6 a rotazione, tutte dedicate a birre artigianali nazionali, e cibo rustico  ma di ottima qualità a prezzi onesti, la somma non può dare altro risultato che consigliare il Pomeroy’s a qualunque birrofilo transiti da Christchurch.

Dunedin, colonizzata da leoni marini e pinguini fin dai primordi, dagli scozzesi nell’Ottocento e dagli asiatici nel 2000, oltre a essere il luogo in cui poter gustare lo haggis come a Edimburgo (con la quale è ovviamente gemellata) o uno dei migliori sushi immaginabili, è anche una città di solide tradizioni brassicole.

E’ stata infatti patria della Speight’s, industria birraria ribattezzata orgogliosamente Pride of the South e fagocitata nel 1976 dal colosso Lion Nathan, che l’ha ora rilanciata come marchio pseudo-artigianale aprendo la catena di pub Speight’s Ale House.

Lion non ha perso il vizio di fare spesa a Dunedin, dal momento che, come già accennato, nel novembre 2012 ha acquistato anche la Emerson’s Brewery, azienda autenticamente craft con oltre vent’anni di storia fondata da Richard Emerson, uno dei grandi pionieri della kiwi renaissance.

Personalmente nutro l’ovvia preoccupazione che, malgrado i buoni propositi espressi a parole dagli acquirenti e la permanenza del fondatore al timone della produzione, le birre possano subire significativi mutamenti o crolli qualitativi; comunque le impressioni ricevute dai miei assaggi avvenuti poco più di un mese dopo l’operazione finanziaria sono sicuramente positive.

Emerson, classe 1964, dichiara spesso di essere l’unico birraio sordo al mondo: oltre a non aver impedito la fioritura di un gran senso dell’autoironia, l’handicap fisico che lo ha colpito dalla nascita lo ha costretto ad affinare oltremodo altri sensi, in particolare l’olfatto e il gusto, che hanno naturalmente contribuito a fare le sue fortune di birraio.

Presa ispirazione da un viaggio in Gran Bretagna fatto al seguito del padre negli anni Ottanta, Emerson produce ovviamente svariate birre di stampo british, come la Booksbinder, una Bitter da manuale che sposa toni pepati ed erbacei dei luppoli al fruttato dato dai lieviti di ceppo inglese e chiude con un amaro finale agrumato e astringente nella giusta misura,  la 1812 Hoppy Pale Ale, da bere a fusti con il suo magnifico equilibrio tra la componente maltata e l’agrumato dei luppoli, e la London Porter, ottima interpretazione dello stile, con tostature, toffee e caffé appena uscito dalla cuccuma al naso, miele di castagno e caldarrosta sulla punta della lingua, tanto amaro asciutto erbaceo e di liquiriza sul palato e in gola.

Il buon Richard non dimentica però altre grandi tradizioni birrarie: la Taieri George, una scura invernale speziata, occhieggia infatti alle Dubbel e alle Bruin (non Oud Bruin, naturalmente) di matrice belga, mentre la sua Emerson Pilsner ha segnato la storia di questo stile in Nuova Zelanda, con gli effluvi e il sapore agrumato, di lychee e mango, dei luppoli degli antipodi che scavalcano completamente la parte maltata. E’ una birra ben fatta e piacevolissima, ideale da tracannare nella calura estiva, ma un abitante di Plzeň o uno di quei meravigliosi vecchietti che stazionano seduti ai tavoli di U Zlatého Tygra a Praga credo rischierebbero l’infarto dopo un sorso di questo nettare distante anni luce dalla tradizione mitteleuropea dello stile.

Per un perfetto esempio di ribaltamento di prospettiva, Green Man, l’altro produttore  craft cittadino, un birrificio biologico attivo fin dal 1997 e che si avvale della collaborazione di un mastro birraio tedesco, ribattezzerà presto con il nome di Premium Lager la sua Pilsner filologicamente mitteleuropea, con i profumi e il gusto mielato del malto ben in evidenza, proprio perché i neozelandesi, abituati ai canoni di Emerson e dei suoi emuli, non la riconoscono come Pils.

Anche nelle altre sue produzioni (una IPA, una Extra Special Bitter, una Stout più varie stagionali e alcune sperimentazioni come la Ginger Beer, non assaggiata, e una Doppelbock passata in botti di bourbon che sto lasciando invecchiare in cantina) “l’Uomo Verde” si distingue soprattutto per la rigorosa aderenza agli stili: birre forse non estrose ma sicuramente buone e, almeno per quanto è stata la mia esperienza, a “zero difetti”.

Tra i locali, meritano sicuramente una visita Albar, suggestivo bar in pieno centro, collocato in una ex macelleria e con interni che ricordano un tino di cotta, che offre 7 spine e 4 pompe inglesi, quasi tutte monopolizzate da Emerson, e una vasta selezione di whisky scozzesi, l’ Inch Bar, minuscolo locale della periferia nord focalizzato su tapas e birre artigianali, e il Circadian Rhytm Café, bistrot alternativo specializzato in cucina indiana e vegana, che propone vini biodinamici e le birre di Green Man alla spina.

La carenza di tempo e le necessità lavorative che ci hanno costretto a tornare in Italia ci hanno anche impedito di raggiungere Invercargill e Steve Nally, mastro birraio della Invercargill Brewery, che si pregia di essere il birrificio artigianale più a sud del pianeta.

Nally, pioniere dell’artigianato brassicolo al pari di Nicholas e Emerson, produce probabilmente più birre per altri marchi (molte beer firm come Yeastie Boys e Pink Elephant si appoggiano a lui) che per il suo, mi avrebbe incuriosito molto assaggiare la sua B.Man, una New Zealand Pale Ale studiata appositamente per l’abbinamento con i piatti indiani al curry: l’augurio che faccio a tutti i lettori e soci Mobi è di assaggiarla sul posto, visitando questo meraviglioso Paese e incontrando i suoi schietti e simpaticissimi abitanti.

Simonmattia Riva

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