Recensione psicanalitica della biografia di Lorenzo Dabove: “La birra non esiste”

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16/12/2016 di movimentobirra

recensione1Chi è Kuaska non sto nemmeno a spiegarlo.

Se vi interessa anche vaghissimamente l’argomento di cui si tratta su questa rivista lo saprete già fin troppo bene, se invece state scorrendo queste pagine per puro caso , beh, googolate un po’ sul web e organizzatevi per andare ad assistere ad una delle sue degustazioni o, meglio ancora, iscrivetevi ad uno dei sui viaggi in Belgio. Non avrete a che pentirvene.

Tanto per darvi un’idea: Kuaska sta alla storia recente della birra artigianale come Roberto Benigni a quella del cinema e della televisione, Totti e Del Piero a quella del calcio e Mosè alla Bibbia (quando il celebratissimo Teo Musso, tanto per dire, può aspirare al massimo al ruolo di Giacobbe).

Libro imperdibile a priori quindi, starete pensando.

Non necesssariamente, invece.

Nell’ambiente della birra qualche dubbio sull’effettiva “indispensabilità” della pubblicazione, ha infatti iniziato fin da subito a serpeggiare (e non si è probabilmente ancora del tutto estinto).

Le perplessità riguardavano in particolare due considerazioni.

Per chi frequenta l’ambiente da un po’, l’anedottica di Lorenzo, sebbene apprezzatissima, è ormai ben nota, possiamo anzi ritenerla addirittura consolidata nell’immaginario del bevitore di birra artigianale.

E l’ambiente non è più quello degli albori, quando ben poco di “potabile” si trovava a disposizione del bevitore occasionale, le pubblicazioni sull’argomento erano ancora limitate e pochissimi potevano affermare di intendersene un minimo.

A quei tempi, nemmeno così lontani, la straordinaria cultura di K. mista alla sua passione e alla sua innata simpatia potevano fungere da perfetto viatico per rompere il ghiaccio ed attrarre legioni di neofiti, facendone con relativa facilità nuovi discepoli del “verbo”.

Ormai gli “absolute beginners” non sono la fetta più diffusa. Grazie all’esplosione del fenomeno sono moltissimi gli appassionati che, in tempi anche brevi, hanno potuto maturare un’esperienza notevole sia a livello conoscitivo che, soprattutto, per numero e varietà di assaggi.

Molti di questi nuovi adepti conoscono le storie di Lorenzo a menadito e, pur amandole, avvertono l’esigenza di provare ad approfondire ulteriormente la loro passione, addentrandosi magari in discorsi più “tecnici” sia sull’aspetto produttivo (soprattutto gli Homebrewers, ma in questo caso l’interlocutore giusto sarebbe un birraio) che sulle tecniche di degustazione (ambito nel quale Lorenzo effettivamente eccellerebbe).

E poi, citando Michele Serra (che fece questa considerazione a proposito di Giorgio Gaber), possiamo tranquillamente affermare che “Kuaska bisognava vederlo”.

Le sue notevoli capacità di intrattenitore, degne di un vero e proprio showman, i suoi molteplici aneddoti arricchiti da una gestualità impetuosa, la sua stessa pronuncia particolare (insomma la sua “fisicità a 360 gradi), per quanto bene un’operazione di trasposizione possa essere condotta, non sono oggettivamente riproducibili in forma scritta.

Insomma i dubbi c’erano e io stesso non ne ero del tutto immune apprestandomi ad affrontare la lettura.

E il volume, c’è da dirlo, non fa niente per fugare queste perplessità.

Innanzitutto l’approccio estetico è come minimo “minimalista”, per non dire tristanzuolo.

La copertina ha dei colori abbastanza deprimenti, rosso spento e marroncino, la foto di Lorenzo non è certo uno dei suoi ritratti migliori (con una posa artefatta che poco gli si addice, a metà strada tra il ritratto rinascimentale e la fototessera segnaletica) e la grafica ricorda quella di pubblicazioni autoprodotte tipo “la rivista del comunista combattente”.

E poi il contenuto.

C’è esattamente tutto quello che ti saresti aspettato. Birra ma anche tanti fatti suoi: la storia personale, i racconti, le battute, la famiglia, i viaggi, il lavoro, le esperienze, le amicizie e tanto altro. Tanta birra e tanta vita. E come temevamo quasi tutto già sentito.

Ma, inaspettatamente, riascoltarlo  di nuovo è ancora piacevole.

Noterete che ho usato  il verbo “ascoltare” invece di “leggere”: c’è un motivo.

Perchè se è vero che “Kuaska bisognava vederlo”, leggendo queste pagine spesso pare di averlo di fronte a te, con il suo linguaggio semplice e arguto, i suoi molteplici aneddoti, le sue continue divagazioni, le sue infinite parentesi aperte iterativamente una nell’altra e (quasi) sempre miracolosamente chiuse senza perdere il filo del discorso.

Il libro riesce nella stessa piccola impresa, semplice e complicatissima allo stesso tempo, di assomigliare al suo protagonista. E in questo funziona benissimo.

Complimenti vivissimi quindi al collaboratore Massimo Acanfora, giustamente ringraziato in calce: non dev’essere stato facile.

Ma il linguaggio, sebbene fondamentale, non basta, da solo, a legittimare una biografia di questo genere.

Affinchè l’operazione possa dirsi riuscita è indispensabile un protagonista all’altezza, in grado di sobbarcarsi in totale autonomia il peso dell’intera opera.

E Kuaska, magari con un pizzico di affanno ben nascosto, riesce a reggerlo.

 

recensione2Per capire come, torniamo indietro un attimo.

Il libro si apre infatti con un paio di paginette redatte personalmente da Van Roy il Vecchio (Jean Pierre), geniale totem di Cantillon, personaggio praticamente mitologico (mitologia, c’è da dire, che lo stesso K. ha fortemente contribuito, se non a creare, perlomeno ad alimentare, nel corso degli ultimi 2 decenni).

Il valore di queste poche righe iniziali non è tanto da ricercarsi nel contenuto (comunque degno di lettura) né in una qualche accezione voyeuristica legata all’introvabilità di altre testimonianze scritte del padre-padrone della Gueuzerie Brussellense, ma piuttosto nella stessa spinta primigenia che ha portato, per la prima volta da decenni, il burbero birraio a mettere mano ad una penna (virtuale) in onore di questo strano tizio italiano che da tanti anni lo molesta.

Alla base di questo piccolo grande sforzo c’è chiaramente una bella amicizia ma soprattutto un sottointeso ma lampante debito di riconoscenza verso un uomo definito, non a caso, “la persona più generosa che abbia mai conosciuto”.

C’è da rifletterci.

Generosità. Forse è un termine chiave (sebbene non il solo) per descrivere e comprendere l’uomo e quindi il libro stesso.

Kuaska non si risparmia mai, dà tutto, sempre. Senza filtri e senza paura si offre completamente al suo pubblico, che esso sia costituito da una folla adorante oppure da un singolo essere umano mai incrociato prima. E quasi sempre fa breccia.

Ma la generosità è solo una delle tante sfaccettature di un personaggio molto più complesso (e quindi interessante) di quanto un primo approccio potrebbe far credere. Un uomo con (tanti) pregi, (pochi) difetti e animato anche da alcune interessanti contraddizioni.

Non si può negare, ad esempio, che Lorenzo sia una anche persona parecchio egocentrica, una vera “primadonna” (o meglio, un one-man-band) ma questa sua caratteristica non infastidisce quasi mai, un po’ per la caratura e il talento del personaggio ma probabilmente soprattutto perché si sposa, in un matrimonio alchemico estremamente complicato ma funzionale, proprio con la generosità di cui sopra.

In lui convivono quindi egocentrismo e generosità (talvolta persino eccessiva, vedi tutto l’elenco di nomi citati e ringraziati personalmente, alcuni dei quali obiettivamente ridondanti), ma anche vanità e minimalismo. Se a volte può risultare un po’ autocelebrativo nel suo ruolo di vate e di guru birrario un paio di righe dopo te lo ritrovi di nuovo autoironico, pronto a sdrammatizzare e a prendersi in giro, talvolta persino modesto.

E in certi rari momenti sembra quasi di scorgere addirittura un pizzico di imbarazzo per il ruolo che si è ritagliato negli anni.

Probabilmente il motivo sta nel fatto che essere “solo” il N.1 della Birra Artigianale non basta per circoscrivere l’esuberante personalità di Lorenzo Da Bove

Ma io ritengo che ci sia anche dell’altro, che forse, pur essendo evidentemente ben fiero di ciò che è diventato, egli ritenga ancora, almeno inconsciamente, tutto questo un po’ effimero, come se forse una vera realizzazione personale sarebbe stata da cercare altrove.

Mi vengono in mente personaggi come Totò o Paolo Villaggio, entrambi artisti geniali e persone fierissime segnate, nella vita privata, da un’ombra, un rimpianto, un latente complesso di inferiorità rispetto a colleghi più “seri” e legittimati dalla cultura del loro tempo.

In questi rari momenti scorgo in Kuaska questo lieve imbarazzo, questo pudore.

Ed è in quei momenti che legittima veramente, definitivamente, il suo ruolo.

Norberto Capriata

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