Alla scoperta della Nuova Zelanda – Parte I

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03/10/2013 di movimentobirra

click to enlargeUn po’ di storia…e di attualità

Fin da bambino, ogni volta che ho guardato un mappamondo (una delle mie grandi passioni), mi sono sempre interrogato su una bizzarra circostanza: agli esatti antipodi dell’Italia c’è una terra che ha più o meno le sue stesse dimensioni e una forma stretta e allungata che, se non simile, può sicuramente essere detta analoga a quella del nostro stivale.

La mia curiosità per la Nuova Zelanda è nata così, e visitarla è stata la realizzazione di un antico sogno.

Oltre alla forma e alla superficie, la terra degli antipodi ha in comune con il nostro Paese anche la presenza di una vivacissima scena brassicola artigianale, che ha stravolto il concetto stesso di birra e della sua fruizione in una nazione che, proprio come l’Italia, veniva da decenni di deprimente appiattimento del gusto sullo standard delle lager industrial

Rispetto all’Italia, però, la Nuova Zelanda ha due caratteristiche distintive che ne hanno segnato la storia birraria:

  • La presenza di una tradizione brassicola di stampo britannico portata dai primi coloni europei: prima dell’installazione di qualunque impianto produttivo nella terra dei Maori, le birre bevute dai coloni erano importate dalla madrepatria ed erano analoghe alle originarie India Pale Ale, ossia a gradazione più elevata delle Ordinary Bitter britanniche (fonti storiche parlano di 6-7% ABV in media) e maggiormente luppolate per reggere il lungo viaggio.
    Negli anni Settanta dell’Ottocento l’ebreo Joel Polack impiantò il primo birrificio a Russell, nell’estremo nord dell’arcipelago, producendo birre ad alta fermentazione in stile inglese, nel 1900 nacque invece ad Auckland il primo produttore kiwi di birre a bassa fermentazione di stile tedesco: una moda, quella delle lager, importata dall’Australia, dove vi erano numerosi coloni tedeschi.
    Le cronache d’epoca parlano di Lager caratterizzate da uno “sherry colour”, ciò fa pensare che fossero brassate in modo da risultare della stessa tonalità di colore delle Bitter a cui i neozelandesi di origine britannica erano abituati.
    Il particolare cromatico non è di secondaria importanza: infatti, con la Prima Guerra Mondiale entrarono in vigore restrizioni sull’utilizzo dei cereali e i birrifici reagirono aggiungendo zucchero caramellato alle birre per mantenere colori e gradazioni alcoliche simili al periodo pre-bellico. Dal momento che lo zucchero costa meno del malto, anche dopo la fine dell’economia di guerra i birrifici industriali continuarono a produrre birre con l’aggiunta di caramello, la totale distruzione della vecchia tradizione britannica si completò dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la diffusione dei grandi fermentatori a forma di cono rovesciato che favorivano l’uso di lieviti a bassa fermentazione.
    Dagli anni Cinquanta fino all’attuale renaissance, le tipiche birre neozelandesi erano dunque Lager addolcite e brunite con caramello per assomigliare, almeno all’occhio, alle vecchie Ale: l’aspetto forse più sconcertante è che sulle etichette fossero definite ancora come ale malgrado il cambio di tipologia di fermentazione.
  • L’esperienza del proibizionismo, che marchiò la vita degli isolani dal 1911 al 1996: ogni tre anni ciascun distretto votava per scegliere se rimanere completamente “a secco” o permettere la vendita di alcol sotto stretta regolamentazione statale. Anche nei territori non votati alla proibizione completa, era comunque vietato vendere alcolici nei negozi di alimentari, nei ristoranti (eccetto un bicchiere di vino a persona) e dopo le ore 18.
    Un primo, pessimo, risultato di questa politica fu la sparizione dei birrifici regionali e dei pub indipendenti: solo le major del settore potevano infatti permettersi di rischiare capitali che potevano essere polverizzati dall’esito del referendum triennale.

Il secondo, altrettanto deleterio, esito fu la diffusione del six o’clock swill, la sbornia delle sei di sera: migliaia di persone, quasi esclusivamente uomini, si accalcavano in spartanissimi bar finalizzati a far loro assumere la maggior quantità di alcol (soprattutto birra) nel minor tempo possibile. Arredi, musica, bariste più o meno avvenenti…tutto ciò era bandito in quanto fattore di distrazione dalla tracannata alla goccia, gli avanzi di birra rimasti nei bicchieri venivano raccolti e rimessi in circolo nell’impianto di spillatura, per cui non era raro ritrovarsi pompati nella pinta tabacco o mosche morte; il poeta neozelandese Arthur Rex Fairburn scrisse sarcasticamente che il passo successivo sarebbe stato attaccare l’impianto di spillatura agli orinatoi dei locali, creando un sistema perfettamente circolare.

Un’eredità ancor viva del six o’clock swill è la spillatura frettolosa che si incontra anche nei migliori pub neozelandesi: in tre secondi netti dall’ordinazione ci si ritrova in mano la propria birra, che è naturalmente del tutto priva di schiuma e sovracarbonata. Sono stato costretto a girare l’arcepilago con un coltello nascosto in tasca per farlo cadere nella pinta ed evitare così di avere il gusto di ottime birre rovinato dalla totale saturazione di CO2.

L’altro molesto portato del proibizionismo, ossia la nascita del duopolio Lion Nathan vs DB – Dominion Breweries, durato oltre vent’anni e reso ancora più deprimente dalla sostanziale identità tra le birre prodotte dai due giganti industriali (oggi entrambi in mani straniere), è stato invece spezzato nel 1981 grazie al coraggio, all’inventiva e alla tenacia di Terry McCashin, ex giocatore degli All Blacks divenuto publican e, poco dopo, primo imprenditore birrario artigianale dell’arcipelago.

McCashin percepì la stanchezza dei suoi compatrioti verso birre sciape e indistinguibili tra loro e ascoltò le voci dei tanti immigrati britannici di nuova generazione che cercavano cervoge simili a quelle bevute in patria.

Il marchio Mac e le sue real ale ottennero un successo strepitoso e avviarono una vera e propria rivoluzione: il numero di birrifici neozelandesi, fermo a 2 nel 1976 e salito di un’unità grazie a Mac cinque anni dopo, si impennò fino a 30 già nel 1991 e oggi ha superato quota 70, numero elevatissimo per un paese con poco più di 4 milioni di abitanti. Basta una semplice proporzione per scoprire che è come se in Italia ci fossero 1050 microbirrifici, un numero più che doppio rispetto alla realtà.

L’antecedenza cronologica di ben quindici anni della kiwi renaissance rispetto a quella italiana ha fatto sì che ai nostri antipodi si sia oggi in una fase più matura del mercato birrario artigianale e si assista a fenomeni che potrebbero accadere anche in Italia nel prossimo futuro: vi sono birrifici come Harrington’s che si definiscono ancora craft pur avendo logiche produttive (e sapori) ormai totalmente industriali e, soprattutto, ripetuti acquisti di microbirrifici da parte di industrie birrarie anche multinazionali.

Lion Nathan, oggi di proprietà del colosso giapponese Kirin Mitsubishi, ha infatti acquistato Mac fin dal 1999 e utilizzato il marchio per creare una catena di pub “di quartiere” con birre e cibo dall’aria artigianale; inoltre, la stessa Lion, ha di recente rilanciato il vecchio marchio Speight di Dunedin (assorbito dalla major decenni or sono) aprendo le Speight’s Ale Houses, ove si propongono birre speciali non reperibili nei supermercati o nei normali bar, e inventato la catena Belgian Beer Café, dedicata a birre belghe ed europee. Da ultimo, Lion, nel novembre 2012, ha acquistato anche la Emerson Brewing Company, una delle colonne originarie e portanti della renaissance neozelandese: malgrado le ripetute assicurazioni che il fondatore Richard Emerson resterà al timone del birrificio e che nulla cambierà in quanto ad approvigionamenti e logiche produttive, la notizia ha suscitato vivaci polemiche e cocenti preoccupazioni nella scena craft del Paese.

Dal canto suo, DB Breweries, di proprietà di Heineken, ha acquistato il defunto marchio Montheit’s e riavviato dal 2011 la produzione nell’originario birrificio di Westport, aprendo contestualmente pub e ristoranti a tema con l’esplicito fine di conferire a Montheit’s un’aura di artigianalità e contendere fette di mercato ai microbirrifici.

Josh Scott, artefice di Moa Brewery, ha recentemente lanciato una battaglia finalizzata a trovare strumenti legali per difendere l’autentica artigianalità dei microbirrifici come il suo di fronte all’assedio di queste beer label di proprietà industriale che mimano alcuni aspetti delle craft breweries senza esserlo nella sostanza.

A caccia di birre da un’isola all’altra: Isola del Nord 

Le trattazione delle mie peregrinazioni birrarie sulle due isole non ha ovviamente alcuna pretesa di essere esaustiva, tanto più che la scena locale, come quella italiana, è in continuo e vivacissimo mutamento.

L’isola del Nord è la meno estesa delle due ma è la più popolata e industrializzata, è anche una terra ricca di vulcani e sorgenti termali nonché contraddistinta da una maggiore presenza di Maori e polinesiani. L’estremo Nord, prima regione ad essere colonizzata sia dai Maori che dagli europei, ha visto anche sorgere i primissimi birrifici kiwi, quasi un secolo e mezzo fa.

Auckland, la città delle vele, è l’unica vera metropoli della Nuova Zelanda e da sola ospita più di un quarto della popolazione del Paese. Può vantare una vita notturna molto vivace e una pletora di eccellenti ristoranti e take-away asiatici, mentre i locali birrari sono presenti in misura minore rispetto a quanto accada a Wellington.

Sul piano dei brew pub, Auckland offre comunque un significativo spettro di alternative: la tradizione nel suo massimo splendore, la tradizione decaduta e la new-wave più o meno modaiola.

Galbraith Ale House, Auckland

Galbraith Ale House, Auckland

La magnifica semplicità della tradizione britannica è ciò che si respira alla Galbraith’s Alehouse, storico (e meraviglioso) pub alle falde di Mount Eden, uno dei numerosissimi vulcani spenti che costellano lo skyline della città.

E’ il regno delle Real Ale condizionate in cask, inglesi fino al midollo e splendide nella loro beverinità: ho assaggiato la Bellringers Bitter, caratterizzata dall’amaro erbaceo e terroso tipico british, la NZ Antipodes Pale Ale, che valorizza invece i toni agrumati e fruttati dei luppoli oceanici, e la Eden Vine Pale Ale, più scura, caramellosa e con un filo di tostature. Tre birre realizzate alla perfezione e da bere in quantità. Ho trascurato le altre produzioni del brewpub, ossia delle Lager di stile tedesco-mitteleuropeo e una birra di ispirazione trappista, che il menu del locale suggerisce inopinatamente di servire a 4°C.

La tradizione decaduta, per non dire moribonda, è invece incarnata dalla Shakespeare Brewery: il primo brewpub di Auckland e uno dei primi del Paese, aperto da oltre 25 anni, è oggi un poco invitante locale pieno di videopoker e schermi televisivi sintonizzati su siti di scommesse. Il piccolo impianto di produzione, che si intravede sbirciando dietro il bancone, comunica una spiacevole sensazione di incuria e abbandono, su otto spine cinque sono destinate ai prodotti industriali della Monteith’s e solo tre alle birre delle casa. Ho assaggiato la South Star Pale Ale e la Hop Doggie IPA, entrambe birre slegate e disarmoniche, con un caramello allappante in punta di lingua e un amaro astringente sgradevole sul retropalato, la IPA, inoltre, aveva netti sentori di diacetile. Al di là della curiosità storica, è un locale che si può tranquillamente evitare.

La new-wave più modaiola ha la sua casa nella Brewery Britomart, situata nel cuore amministrativo e finanziario della città, a due passi dalla banchine del Waitemata Harbour. L’ambiente è giovane e spensierato: arredi post moderni  e musica ad alto volume, l’attenzione specifica per il prodotto birra artigianale sembra decisamente passare in secondo piano rispetto alla funzione di ritrovo per ragazzi tra i venti e i trent’anni che si danno appuntamento nel chiassoso lounge bar o ai tavoli di legno sul marciapiede al fine di pianificare le tappe della serata. Ho assaggiato la 5 Elements NZ Pale Ale e la 69 Customers Pale Ale: birre corrette, beverine (soprattutto la 5 Elements, molto agrumata, mentre la 69 Customers presentava toni più impegnativi di frutta rossa e un amaro più erbaceo) ma non certo miracolose.

La new-wave più focalizzata sul prodotto birra e i suoi grandi appassionati è invece incarnata da Deep Creek, brewpub suggestivamente situato sulla spiaggia di Brown Bay, nel sobborgo settentrionale di Albany: ho assaggiato la loro Little Armoured One, una Amber Ale con malti affumicati e Amarillo che cerca un equilibrio non facile da trovare tra i toni torbati e il finale agrumato dei luppoli, esperimento forse non riuscitissimo ma coraggioso e interessante.

Non ho purtroppo potuto visitare l’Hallertau Brewbar, microbirrificio di Riverhead (sobborgo a una ventina di chilometri dal centro cittadino) dedicato alla produzione di birre di stili tradizionali tedeschi e inglesi che gode di ottima fama tra gli abitanti di Auckland.

O'Carroll, Auckland

O’Carroll, Auckland

Tra i locali merita una menzione speciale l’ O’Carroll Freehouse, caratteristico pub dall’aria british con 6 spine e 2 pompe dedicate a birre artigianali locali, australiane e americane.

Ad Auckland si trovano anche alcuni pub della catena Cock and Bull, che offre poche scelte craft, prodotte con il marchio Steam Brewing accanto ad altre più decisamente mainstream. Le artigianali di Cock and Bull erano in passato firmate da Ben Middlemiss, pioniere della scena neozelandese e birraio molto apprezzato da Michael Jackson: pur brassando ancora oggi in proprio, Middlemiss ha ceduto ormai parecchi anni fa l’incombenza di produrre per la catena di locali al suo allievo Luke Nicholas, definito da Kuaska “il miglior birraio neozelandese del momento” e insignito  del titolo di birraio dell’anno nel 2012.

Nicholas ha a sua volta lasciato nel 2009 Cock and Bull e Steam, pur continuando a usarne l’impianto produttivo, per concentrare i propri sforzi nel lancio del suo marchio Epic Brewing.

Emigrato a metà anni Novanta nella West Coast americana, Luke, che ho avuto la fortuna di incontrare grazie a Kuaska, ha potuto vivere in pieno il boom della rinascita statunitense, attingendone ispirazione per le sue birre che guardano alla California molto più che alla tradizione europea. La gamma Epic, infatti, propone molte birre fortemente caratterizzate dalle miscele di luppoli, che spesso prevedono l’uso contemporaneo di varietà neozelandesi e americane: tra le più impressionanti la Zythos, un American IPA che mi ha ricordato la Zona Cesarini con un finale amaro più importante, un retropalato lunghissimo di mango, mandarino, buccia di limone e pompelmo rosa, la fruttatissima Armaggeddon IPA, ricca di toni di pesca gialla, bergamotto e mandarino, e la poderosa Hop Zombie, Double IPA che bilancia alla perfezione seduzioni intense di frutta tropicale (ananas, mango) con un importante finale amaro agrumato. Nicholas produce anche basse fermentazioni: una Lager leggera e ben fatta, in pieno stile mitteleuropeo, e la Larger, una Imperial Pilsner dal nettissimo aroma di ananas appena tagliato e albicocche disidratate compensato da un amaro erbaceo asciutto, dato dall’utilizzo di luppoli di ceppo tedesco coltivati in Nuova Zelanda. Sul versante delle scure, sono da segnalare una Double Stout che fa gridare al capolavoro e la Epicurean Coffee Fig, una birra invernale con fichi secchi turchi, caffé brasiliano e polpa di cocco tostata che resta sorprendentemente beverina malgrado la complessità.

Rotorua, la città termale e lacustre, famosa per i geyser e per la presenza di siti ancestrali Maori, non è rimasta indenne all’ondata birraria. Il locale di riferimento è il Brew, animato e frequentatissimo pub situato nella “Food Street”, arteria pedonale ricca di ristoranti etnici di ogni genere e contraddistinto, purtroppo, dalla musica dance sparata a volumi altissimi. Ho assaggiato due birre di Croucher, pluripremiato micro di Rotorua: la Pilsner mi ha spiazzato per il suo netissimo sentore di lychee e frutta tropicale e il lunghissimo agrumato finale, ma poi ho appreso sul campo che questa è la caratteristica distintiva delle Pils artigianali dell’arcipelago, a causa del carattere fruttato dei luppoli locali e dell’esempio dato da Emerson Brewing con la sua pioneristica Emerson Pilsner. Anche la Pale Ale di Croucher è giocata tutta sull’amaro: si tratta in sostanza di birre gradevoli e sicuramente dissetanti, ma non certo aderenti agli stili dichiarati.

La grossa delusione però è arrivata dalle due birre di Mata – Aoateroa Brewrey, nuovissimo micro di Kawerau, piccola cittadina della Bay of Plenty: la Golden Ale al miele di Manuka (la caratteristica magnolia neozelandese) si è rivelata imbevibile per eccessiva dolcezza, la Seasonal  (ne ho rimosso il nome) era invece un’imbarazzante scura dall’aroma netto di Coca Cola e dal gusto di sciroppo di tamarindo addizionato d’alcol.

A Whanganhui, sonnacchiosa cittadina fluviale che si incontra al termine dei panorami mozzafiato del Whanganhui River National Park, merita una sosta il Rutland Arms Inn, pub nel più classico stile inglese con 17 spine, per lo più dedicate a prodotti britannici (Tetley’s, Boddington, Old Speckled Hen), ma con un paio di linee destinate ai prodotti artigianali nazionali, che sono massicciamente presenti anche in bottiglia. Ho colto l’occasione per assaggiare la Pilsner di Mike Organic’s Beer, birrificio dall’ormai solida fama che ha sede nella non lontana Urenui. E’ una Pils godibilissima, più “europea” rispetto ad altri esempi locali, sicuramente più bilanciata rispetto a quella di Croucher, ma comunque contraddistinta da un lunghissimo finale di mandorla amara e  seme d’agrume, regalato dalla straordinaria forza dei luppoli dell’arcipelago.

A Taranaki, paradiso costiero dei surfisti, sta muovendo i suoi primi promettenti passi Liberty Brewing, piccolissimo birrificio fondato dai giovani coniugi Joseph e Christina Wood, di cui ho assaggiato l’ottima Le Corbeau Yakima, una birra inconsueta e complessa definita dai suoi artefici “Belgian Black IPA”: al naso arriva con caffé, cacao amaro e una punta pepata, in bocca debutta con un breve miele di castagno, poi caffé e cioccolato fondente sul palato, finale amaro con liquiriza in tocchetti e una piacevole astringenza.

Wellington non è solo la capitale politica ma anche quella della birra artigianale, con un numero sempre crescente di microbirrifici, brewfirm e pub in grado di soddisfare anche l’appassionato più esigente, fatti salvi i soliti inconvenienti dati dalla spillatura frettolosa. Probabilmente il leggendario clima ventoso e piovoso di questa bella città costiera, soprannominata significativamente Windy Welly, ha contribuito al proliferare di bei locali in cui rifugiarsi quando dallo stretto di Cook arrivano folate che fanno impalladire la bora triestina e lanciano a secchiate la pioggia addosso ai malcapitati pedoni.

Tra i locali birrari del centro meritano senz’altro la visita:

  • Hashigo Zake, Wellington

    Hashigo Zake, Wellington

    Hashigo Zake, posticino underground nel senso sia letterale (è in un seminterrato) che figurato del termine con 8 spine e 2 pompe inglesi strettamente dedicate all’universo craft, sia kiwi che statunitense. Lo staff è competente e ben disposto a spiegare le birre ai meno esperti, interessante anche la presenza di un paio di proficue usanze diffuse in altri locali specializzati delle due isole: la possibilità di assaggiare uno shot prima di ordinare una pinta e la lavagna delle birre “in panchina”, pronte a subentrare a quelle presenti una volta esaurito il fusto. Sicuramente ammirevole il granitico integralismo dei titolari, che hanno annunciato l’intenzione di non tenere più le birre di Emerson Brewery dopo l’acquisizione da parte del colosso industriale Lion Nathan, più discutibile che l’unica presenza europea nelle spine sia Mikkeller. Il locale ha un legame di collaborazione con l’emergente microbirrificio cittadino Garage Project: i clienti che ordinano queste birre, sempre presenti in una o più linee del pub, sono invitati a scrivere commenti e critiche sui sottobicchieri, che poi vengono consegnati dai publican ai birrai.

  • Little Beer Quarter, Wellington

    Little Beer Quarter, Wellington

    Little Beer Quarter, pub giovane ma arredato in stile vintage, con divanetti in pelle dall’aria volutamente vissuta e stampe d’epoca. Sei spine e due pompe inglesi tutte dedicate a prodotti artigianali locali, oltre 200 referenze in bottiglia (comprese alcune etichette europee industriali), cucina curata e creativa, staff preparato ed estremamente amichevole: è un ottimo posto per il pranzo, frequentato da lavoratori e professionisti della capitale.

  • Malthouse, Wellington

    Malthouse, Wellington

    The Malthouse, locale che più che un pub sembra un bar newyorkese, con il lunghissimo bancone e la specchiera alle spalle del barman. Si rischia di uscire in ginocchio, di fronte a un’offerta di 27 spine e 2 pompe tutte dedicate a micro neozelandesi, a parte qualche linea “invasa” da Montheit’s, e a una lista di più di 250 bottiglie, in cui gioielli belgi come le trappiste o le Gueuze di Cantillon e 3 Fonteinen trovano posto accanto a grandi produzioni americane e alle peggiori lager industriali europee e asiatiche. I titolari posseggono anche il raffinato ristorante di cucina alla birra Fork and Beer e sono soci del birrificio Tuatara

  • Altri pub molto considerati in città ma che non ho avuto modo di sperimentare sono The Bruhaus, The Tap Haus, The Apartment, The Hop Garden e The Southern Cross.

Tra i birrifici presenti in città, è una realtà ormai solida Tuatara, conosciuto per le produzioni corrette e fedeli agli stili di riferimento: ho avuto modo di provare una Bavarian Hefeweizen buona e ben riprodotta, anche se più citrica e meno bananosa di quelle originali, e una American Pale Ale da 6,5 % ABV con luppoli di varietà americane coltivati in Nuova Zelanda: ben costruita, con aromi di cedro, mango e pesca gialla in evidenza.

La brewfirm Yeastie Boys, che produce le proprie birre presso la lontana Invercargill Brewery (in fondo all’Isola del Sud), è già arrivata con i propri prodotti in Europa e in Italia: ho assaggiato alcune delle loro numerose produzioni; la scelta di non avere un proprio impianto, malgrado i volumi ormai rilevanti di produzione, è esplicitamente compiuta per lanciare tante birre diverse e soddisfare il mercato locale e internazionale dei beer geek. La Pot Kettle Black, prima e più famosa birra della casa, frutto delle antiche fatiche da homebrewer di uno dei due soci, è una American Porter, come l’avevano definita originariamente, o una Black IPA, come diremmo oggi, davvero ben riuscita e beverina, con le tostature e un delicato agrume di buccia d’arancia che si rincorrono con successo nel naso e in bocca. La Motueka Raven è un’altra Black IPA, ben fatta ma non miracolosa, la Digital IPA è una invece complessa Double IPA giocata sui toni mielati del malto scozzese Golden Promise Pale e quelli di mango del luppolo Nelson Sauvin, la Gunnamatta IPA, infine, è fortemente caratterizzata dall’aromatizzazione in dry hopping con the indiano Earl Grey: nette presenze speziate sia all’aroma che al gusto e un finale astringente dato dai tannini.

Le ultime novità offerte della capitale sono invece i birrifici Parrot Dog e Garage Project. Del primo ho assaggiato due produzioni: la PitBull, una vigorosa APA da 7 gradi alcolici con una forte identità luppolata (cedro, lime e toni terrosi) controbilanciata da un malto importante, una birra che in bocca mi ha ricordato la Amager IPA, e la Dark Mild, una Mild da 3,9% ABV con toni tostati da cappuccino e un tocco volatile di lattico al naso.

Più numerosa è stata invece la panoramica di assaggi di Garage Project, micro in tumultuosa espansione e chiamato così semplicemente perché le prime cotte sono avvenute nel garage di casa di uno dei tre fondatori. La sensazione che si ricava dagli assaggi è quella di un birrificio molto promettente ma che necessita di ancora un po’ di lavoro di affinamento: ho trovato straordinaria la Hapi Daze, una Pale Ale da 4,2% ABV, perfetta session beer con un agrumato di mapo esplosivo sia al naso che in bocca, da bere a galloni, buona la California Uber Alles, Pale Ale più alcolica (5,5%) e corposa, giocata maggiormente sui malti e con una luppolatura più virata sul dolce (mango, chutney, ananas), rivedibile la Day of the Dead, Lager scura con fave di cacao, peperoncino affumicato e succo di agave in cui i toni affumicati prendono il sopravvento e la rendono, alla lunga, un po’ noiosa e monocorde, deludente, infine, la Golden Brown, ambrata scura luppolata con Cascade, Columbus e Athanum che soffre di slegatura tra una forte componente dolce di caramello, pera kaiser e nocciola e un amaro erbaceo finale non pulitissimo.

E ora all’Isola del Sud… nella seconda parte!

Simonmattia Riva

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