L’uomo del Borgo ha detto sì: la lotta di classe ai tempi della birra artigianale

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20/05/2016 di movimentobirra

Il_Quarto_Stato_di_Giuseppe_Pellizza_da_VolpedoOk, lo saprete ormai tutti, e tutti quanti vi sarete già fatti una vostra precisa opinione.

Le notizie viaggiano alla velocità della luce nel mondo dei social.

Come un incendio scaturito in un ambiente estremamente saturo di ossigeno, è bastata la prima scintilla digitale per generare una fase di combustione praticamente istantanea che ha deflagrato devastante in un’esplosione incontenibile di condivisioni, rilanci, like, commenti, discussioni, dichiarazioni, polemiche, pareri autorevoli, cazzeggio ed accuse più o meno gratuite e che, fortunatamente, rapidamente come si è prodotta, ha iniziato ben presto a smorzarsi e spegnersi lasciando, come sempre, sensazioni di fastidio, incompletezza, noia e soprattutto confusione.

L’industria è entrata di prepotenza nel mondo della birra artigianale.

L’ex ragazzo prodigio Leonardo Di Vincenzo, fino a ieri vero e proprio portavoce del movimento, ha ceduto la proprietà della sua creatura, il Birrificio del Borgo di Borgorose, tra i MicroBirrifici più apprezzati e di maggior qualità del panorama italiano, ai tetri tecnocrati del colosso Industriale InBev.

Le reazioni, ovviamente, non hanno tardato a giungere. Più o meno tutti gli individui attivi nell’ambito craft e i semplici interessati all’argomento si sono sentiti in dovere di dire la loro (e questo, come suggerivo qualche riga fa, è un’inevitabile effetto collaterale delle modalità di comunicazione dei nostri tempi) e, soprattutto, di schierarsi, con un impeto degno forse di miglior impiego, da una parte o dall’altra, come in una strana versione birresca del Marvel Movie “Civil War”, in uscita in questi giorni.

E tu, da che parte stai?

Anch’io, come gli altri, un’idea abbastanza chiara me la sono fatta e per la vostra somma gioia, sprecando una buona occasione per fare miglior figura standomene zitto, mi accingo ad andare ad accrescere il numero degli opinionisti della domenica rendendovene edotti.

Innanzitutto, dato che si tratta sicuramente di un evento di una certa importanza, che traccia una chiara linea di demarcazione tra un “prima” e un “dopo”, non ho trovato particolarmente stupefacente il grande interesse che esso ha provocato, né le reazioni, talvolta inconsulte.

Mi ha invece colpito parecchio la strana forma di indignazione civile, reale o posticcia che fosse, che l’accaduto pare abbia risvegliato, in parecchi dei partecipanti al dibattito.

Una specie di reazione orgogliosa e barricadera di stampo quasi comunista, anche da parte di chi magari, nella “vita reale”, non batterebbe mai certi terreni.

L’artigiano simbolo del popolo che si vende all’industria, gli ideali calpestati per il mero denaro, la fine dell’innocenza.

E sembra quasi di scorgerlo, l’oscuro avversario, odiosa e malefica incarnazione dei 4 cavalieri: Carestia, Pestilenza, Guerra e infine MORTE.

Si fa davvero un po’ fatica a convincersi che persone mature quali dovremmo tutti essere, dato che per bere alcool la legge prescrive la maggior età, possano rivelarsi, in alcune circostanze, tanto ingenue, o peggio, superficiali.

Partirei da 2 assunti che avrei dato per scontati ma che mi pare molti non stiano prendendo in considerazione:

  1. 1- La birra, buona o cattiva che sia, è un prodotto da vendere ed acquistare.

Non un modo di essere, non un mondo, non una religione, non una fede politica.

Chi vi dice il contrario o è un pizzico in malafede (e magari ha interessi in gioco) oppure ha capito male.

Se è vero che il mite artigiano fa più simpatia dell’industrialotto e che le feste e gli eventi della birra possono essere più gradevoli e a misura d’uomo dei mega happenings, dovrebbe comunque risultare abbastanza evidente a tutti che anche qua, nel felice paese degli italici microbirrifici, nessuno ti regala niente, tutti si fanno pagare profumatamente per questa esperienza gastro-culturale.

E’ business, poche storie.

  1. 2- L’industria non è il demonio.

Da vecchio (ex) simpatizzante di sinistra mi potrebbe pure far piacere rilevare questo inaspettato ritorno dell’ideologia, questo brusco risveglio della coscienza di classe, gli appassionati che si alzano e si uniscono stretti-stretti come nel quadro di Pellizza da Volpedo.

Ma tutto sommato mi convince poco.

Innanzitutto sono abbastanza sicuro che molti tra i fermi detrattori della scelta del Birrificio del Borgo poi, nella vita di tutti i giorni, magari lavorino per una grande multinazionale senza porsi alcun problema di sorta o che comunque non manifestino affatto posizioni cosi conflittuali verso l’industria in genere.

Ma poi, soprattutto, è davvero corretto indirizzare questa questione, assai concreta e pratica, sul terreno scivoloso e sdrucciolevole dell’etica e della morale?

L’industria è “cattiva” e il piccolo produttore è “buono”? Piccolo=sano, grande=Malsano?

San Giorgio è un mastro-birraio e il Drago il testimonial di un grande Brand?

Suvvia.

In questi anni ho sempre dato per scontato, probabilmente sbagliandomi, che fosse chiaro a tutti che questa “rivalità” tra birra industriale e artigianale riguardasse il prodotto, non il produttore.

E che se per caso una grande industria avesse iniziato a proporre prodotti di alta qualità, nessuno avrebbe avuto a risentirsene, anzi.

Invece pare che non sia così: il terreno del dibattito sembra essersi spostato dal giudizio del prodotto (giudicabile in maniera oggettiva) a quello del produttore (decisamente meno giudicabile, se non invischiandosi in questioni morali/moralistiche ben più soggettive).

Da questo punto di vista aveva torto Teo Musso – prima – a parlare di identico prodotto, ed ha ancora più torto – ora – a provare a cavalcare questo equivoco (che pare abbia confuso le idee a molti tra gli addetti ai lavori e gli appassionati), per giubilare, con tutti gli auguri e le pacche sulle spalle del caso, il suo ex collaboratore (una vera e propria mossa politica questa, una specie di dichiarazione di intenti indirizzata, come al solito, a rilanciare la sua figura di paladino del craft italiano, sano, genuino, agricolo, a km zero, etc. etc.).

L’azienda non è il male, dicevamo, e anche se lo fosse si tratterebbe comunque di un male inevitabile, di fronte al quale non esistono alternative concrete se non prendere atto della sua (come direbbe Berlusconi) discesa in campo.

Chiunque ci avesse riflettuto un po’ aveva senz’altro, già da tempo, subodorato questa eventualità.

Finora l’industria non aveva ancora preso seriamente in considerazione questa fetta di mercato per questioni molto concrete, lontane anni luce da valutazioni qualitative, estetiche, etiche, politiche, morali, agricole, agresti, etc…

Non le conveniva.

Il prodotto industriale costa meno, è stabile e riproducibile, decisamente più semplice da gestire e da smerciare e soprattutto, ha sempre venduto molto di più di quello “artigianale”.

Perché mai invischiarsene e ritrovarsi a farsi concorrenza da soli proponendo una bevanda alternativa, più rognosa da trattare e decisamente meno richiesta?

Non aveva senso.

Finora.

Adesso sì, ora che l’artigianale comincia a muovere numeri più importanti, ad essere di moda, a rappresentare un mercato non più trascurabile a cuor leggero.

Conviene? Eccoci.

Inevitabile.

Che piaccia o meno.

Dato che non avrebbe avuto senso convertire il prodotto “industriale”, già ben rodato e venduto, in “artigianale”, più di nicchia (immaginiamoci per esempio la Corona tramutata in una Kölsch e proposta come tale…), la discesa in campo dell’industria poteva avvenire esclusivamente in una di queste due modalità:

  • – Con il lancio di una linea di prodotti di stampo “artigianale”, tipo Poretti, Moretti Regionali, etc.
  • – Con l’acquisizione di un birrificio già attivo, tipo InBEV con Birra De Borgo.

Come abbiamo visto entrambe le situazioni si sono verificate.

Nel primo caso abbiamo osservato giungere sugli scaffali alcuni prodotti che da un punto di vista qualitativo hanno subito mostrato dei limiti evidenti, dovuti probabilmente ad una scarsa dimestichezza con questo genere di proposte se non addirittura alla scelta (più o meno ponderata) di non proporre alternative troppo diverse rispetto al prodotto “core” dell’azienda.

Questi stessi produttori si sono rivelati decisamente meno timidi quando si è trattato invece di cavalcare quel certo immaginario culturale/territoriale/storico (in effetti già di per sé parecchio confuso e fumoso) spesso associato alle birre cosiddette artigianali.

E via con gli specchietti per le allodole: gli N luppoli del Cavalier Poretti, le Ricette Regionali del Signor Baffo Moretti, la Grand Cru, etc…

Penso che chiunque ami la birra di qualità sia d’accordo con me nel considerare questo primo tipo di approccio, almeno per ora, come minimo insoddisfacente se non addirittura fastidioso, soprattutto per la sgradevole impressione di pressapochismo e di manipolazione della clientela meno edotta che questo tipo di marketing pare sottintendere.

L’alternativa la stiamo per sperimentare per la prima volta proprio ora, grazie alla scelta di Leonardo Di Vincenzo.

Come andrà? Al momento nessuno può saperlo.

Io però sono moderatamente ottimista.

Come consumatore, intendo.

Mi sembra il male minore, anzi, non sono nemmeno sicuro che debba rivelarsi per forza “un male”.

Che l’industria inizi ad investire nel craft, ribadisco, è inevitabile, che lo faccia assumendo “uno dei nostri”, uno bravo, mi pare una scelta decisamente saggia, che tra l’altro le consente di battere entrambi i sentieri con marchi e modalità completamente diverse, senza rischiare pericolosi cortocircuiti interni.

Un’altra scelta saggia sarebbe lasciare allo staff originale di BdB una piena autonomia sia sulle scelte riguardanti i prodotti che sulle strategie di vendita, appoggiandolo senza porre veti o costrizioni di sorta e mettendogli a disposizione tutti i mezzi per lavorare al meglio e per assicurargli visibilità e fruibilità.

Se sono furbi (e spesso chi è capace di guadagnare tanti soldi del tutto scemo non è) lo faranno, dopotutto non hanno acquistato soltanto un microbirrificio ma soprattutto del know-how, merce parecchio preziosa se sfruttata al meglio.

E se il prodotto rimanesse valido avrebbe senso boicottarlo o anche solo continuare a tergiversare su questioni morali basate su fondamenta così poco salde? Non credo.

E se invece andasse diversamente? Se i manager di InBEV optassero per usare la loro autorità per annichilire il birraio e le sue birre trasformandole nei soliti cadaveri in bottiglia di Daboviana memoria?

Sono sicuro che, in tal caso, qualsiasi bevitore con un minimo di gusto non tarderebbe ad accorgersene e potrebbe tranquillamente metterci una croce sopra e dirigersi verso altri produttori più meritevoli.

Non mi pare che la scelta manchi.

Allora perché tanta paura, tanto sgomento?

Parliamo di noi consumatori innanzitutto,

E’ forse la paura dell’ignoto a confonderci? E’ questo improvviso cambio di prospettiva che ci scombussola? E’ la (motivata) diffidenza dinnanzi al potere delle grandi multinazionali che ci rende guardinghi?

Anche quello, sicuramente.

Ma soprattutto credo siano entrate in gioco due forze primordiali con le quali da sempre l’essere umano si trova a fare i conti nella sua naturale spinta evolutiva: la resistenza al cambiamento e la propensione all’antagonismo (che talvolta degenera nella ricerca di un nemico da temere e combattere piuttosto che misurarsi con idee e realtà diverse).

Molto spesso nelle piccole e grandi vicende umane abbiamo contrastato questi impedimenti con forze altrettanto primordiali ma più costruttive come la curiosità, la sperimentazione, la creatività, da un lato e l’integrazione, la collaborazione e la cultura in generale, dall’altro.

Anche in questa circostanza questo approccio mi sembra il più sensato, almeno finché i fatti non ci dimostreranno il contrario.

E i birrifici? Cos’hanno da temere?

Difficile immaginare che da un momento all’altro possa esplodere l’industrializzazione di massa e forzare i piccoli produttori a vendere o morire.

Chi si trova a suo agio con le attuali modalità di birrificazione potrà tranquillamente continuare la sua vita, la qualità continuerà a pagare e le irrisorie quantità di birra prodotte continueranno a venire smaltite senza problemi.

Chi invece, proprio tra quelli sempre a corto di birra – e sono molti – si trovasse dinnanzi al solito bivio tra rimanere piccolissimo ed ampliarsi per far fronte alla richiesta crescente, con tutti i dubbi e le problematiche economiche che ne derivano, potrà verosimilmente valutare un ulteriore ipotesi.

Concludo dicendo che i microbirrifici più apertamente pessimisti (e loquaci) riguardo alla vicenda si sono rivelati, guarda caso, proprio alcuni tra quelli che hanno recentemente investito per ampliare la produzione (o in procinto di farlo) e che colmo della sfortuna, proprio quando potevano iniziare a pavoneggiarsi mostrando a tutti le dimensioni del proprio “impianto” si sono visti arrivare in città John Holmes, Ron Jeremy e Rocco Siffredi.

Coraggio amici miei, datevi pace, d’altra parte sono anni che ce lo ricordate: le dimensioni non contano quando c’è la qualità.

O no?

Norberto Capriata

2 thoughts on “L’uomo del Borgo ha detto sì: la lotta di classe ai tempi della birra artigianale

  1. Norberto ha detto:

    Dato che il contributo è pubblicato sul BLOG dell’associazione ci tengo a sottolineare che l’articolo (come già si evince abbastanza chiaramente dalla lettura) rappresenta il MIO parere personale sulla questione. L’idea, sia mia che degli altri membri del CD, è che una questione di questo genere non sia al momento circoscrivibile in una posizione MOBI definitiva, troppo fresca e ancora da valutare sul medio termine, pertanto chiunque abbia un’opinione a riguardo, purchè ponderata e non di parte, è invitato a dire la sua. Altri commenti seguiranno a breve.

  2. […] Fonte: Movimento Birra Ok, lo saprete ormai tutti, e tutti quanti vi sarete già fatti una vostra precisa opinione. Le notizie viaggiano alla velocità della luce nel mondo dei social. Come un incendio scaturito in un ambiente estremamente saturo di ossigeno, è bastata la prima scintilla digitale per generare una fase di combustione praticamente istantanea che ha deflagrato devastante in un’esplosione incontenibile di condivisioni, rilanci, like, commenti, discussioni, dichiarazioni, polemiche, pareri autorevoli, cazzeggio ed accuse più o meno… Leggi: L’uomo del Borgo ha detto sì: la lotta di classe ai tempi della birra artigianale […]

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