Westvleteren, una doppia verticale

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03/07/2015 di movimentobirra

click to enlargeL’idea fermentava già da tempo: constatato che le diverse visite all’Abbazia di St. Sixtus nel corso degli anni avevano popolato la mia cantina di alcuni lotti delle loro magnifiche birre, e verificato che l’amico Carlo (con il suo “complice” Mauro) era nelle stesse condizioni, perché non combinare le rispettive annate per una piccola verticale di Westvleteren 12? Dopo alcuni mesi, in attesa dell’occasione giusta, decidiamo di coinvolgere nell’operazione Giuliana e di approfittare della sua squisita ospitalità… e di un paio di altri “vintage” di WV 12 in suo possesso. Nel frattempo dalle cantine sono emerse anche alcune bottiglie di “8” di varia epoca che pensiamo bene di inserire nella degustazione per una ulteriore verticale.

Attorno al lungo e affollato tavolo ci ritroviamo in otto, nel tardo pomeriggio di una domenica invernale: orario ideale per affrontare l’impegno senza fretta e con i dovuti tempi, accompagnando le degustazioni con una merenda che si evolverà in aperitivo, cena e dopo cena senza soluzione di continuità.

Ci scaldiamo con qualche piccolo assaggio “fuori tema” di artigianali italiane e siamo pronti per cominciare con le Westvleteren 8. Davanti a ciascuno di noi sono in fila 5 bicchieri, in questo modo oltre ad assaggiare le birre in successione, potremo tornare indietro a piacimento a riassaggiare le precedenti. Naturalmente i calici sono identici per ciascuna “fila”, variando da un partecipante all’altro: teku, miniteku, luttich (o “tipo-MoBI”) e canoniche coppe originali di Westvleteren.

click to enlargeNon entro nel dettaglio delle caratteristiche generali di questa birra, in parte comuni alla “sorella maggiore” Wv12: una nota di miele nell’aroma, una alcolicità warming, tostature molto delicate (se non quasi assenti) e aromi che tendono più al caramellato che al tostato: secondo diverse fonti, a quanto pare nella ricetta i malti scuri sono poco o punto presenti mentre è prevalente l’impiego di zucchero scuro/caramellato. Aggiungo (a mio parere) una notevole beverinità comparata alla potenza di queste birre, in particolare la 12.

Cominciamo con la WV 8 del 2013: una annata che conosco bene in quanto “fornitore”, e che ho solitamente apprezzato. Subito vediamo l’utilità di una   degustazione comparata: stappata la 2011, questa si rivela nettamente migliore, ridimensionando la 2013 che col proseguire degli assaggi verrà vieppiù denigrata da tutti: nessun difetto, ma di non spiccata personalità, al contrario della 2011 altrettanto pulita ma decisamente più ricca di aromi, corpo e vivacità. La successiva 2008, dal canto suo, non è certo esente da difetti, anch’essi da me già conosciuti ma che risalteranno ancor più con la comparazione e con i riassaggi successivi. Il problema non è nell’età – che pure si fa sentire – ma nell’eccessivo miele e alcool nell’aroma e nel gusto, che sconfinano in sentori “chimici” (solvente). Bocciata! Ci rifacciamo con un’ottima 2005: qui l’età si sente eccome, è una birra completamente diversa dalle precedenti ma per quanto maderizzata non si può dire “stanca” e ci propone note di uva passa, frutta secca e un po’ di cioccolato: siamo vicini al limite che una birra di questa struttura non imponente può sopportare, ma l’insieme è ancora godibile e per molti risulta la preferita. Terminiamo la serie con una annata.. misteriosa: la data sul tappo è sbiadita e Carlo e Mauro non si ricordano in quale delle diverse visite a St. Sixtus sia stata acquistata. All’assaggio risulta comparabile alla 2011 come caratteristiche e qualità e viene così da noi datata intorno all’anno 2010 D.C.

Intanto la merenda sinoira ha attraversato le fasi di aperitivo e di vera e propria cena, accompagnando la prima serie di degustazioni con una serie ben assortita di piatti, da salumi e formaggi DOC con focaccia, a insalata russa, polenta con fonduta, pasticcio di pollo e altri stuzzichini: mentirei se dicessi che gli abbinamenti siano stati scientificamente studiati, ma le WV8 si son rilevate ben compatibili con ciascuno di essi e in certi casi azzeccate.

Ci concediamo un intermezzo assaggiando – per rimanere in tema – un paio di WV Blonde, birre notoriamente da bere giovani. Provare una “vintage” del 2005 non riserva quindi sorprese positive, e serve giusto soddisfare una curiosità. Purtroppo anche le più giovani 2013 risultano non a posto: non per prematura ossidazione o perdita di freschezza, ma per una netta nota di brett – non certo tipica di questa birra e dovuta a qualche contaminazione. L’effetto comunque non è affatto sgradevole – per quanto non voluto – e viene apprezzato dai più.

click to enlargeMa eccoci pronti finalmente al “piatto forte”: le WV12! Gli assaggi già effettuati e la cena ormai arrivata ai dessert non ci hanno provato e affrontiamo senza indugio l’impegno. Stappiamo subito insieme le due annate più recenti: 2014 e 2013. Le birre risultano molto simili, un anno di differenza non ha comportato una sensibile evoluzione. Entrambe manifestano una alcolicità ancora un po’ pungente (appena più evoluta nel fruttato nel caso della 2013), ma tutto sommato – per quanto ancora con qualche spigolo da smussare – risultano già godibili, sfatando un po’ il tabù che non vadano assolutamente bevute prima di qualche anno. Questa prima impressione viene però in parte contraddetta dal terzo assaggio: la 2011 ci fa capire quale possa essere una WV12 davvero al meglio. Warming, ricca di spunti come le precedenti, ma più morbida, corpo avvolgente, godibile… ci siamo davvero!

La 2007 ci porta su un piano differente. Come nel caso della WV8 2005, siamo passati ad una birra del tutto diversa: ottima, difficile dire se migliore o peggiore. È già molto “evoluta” con un lieve accenno di soia a far capolino nell’aroma tra fruttato e cioccolato, poi uva passa e frutta secca polposa. Ma il bello deve ancora venire: con la 2005 rimaniamo naturalmente sullo stesso terreno della precedente, ma – giudizio pressoché unanime – su un livello ancora migliore. Le caratteristiche della 2007 ci sono tutte, e ben spiccate, ma curiosamente la birra sembra leggermente meno “evoluta”, quasi fosse più giovane (o meno antica), in tal modo raggiungendo un equilibrio quasi perfetto (come la 2011, ma con caratteristiche diverse). Nel complesso una ottima serie, che abbiamo accompagnato ad una mousse al cioccolato, dolcetti allo zenzero (un po’ esuberanti per l’abbinamento, ma stuzzicanti) e a una inconsueta “degustazione” di 5 tipi (!) di Baci di Dama artigianali e home-made: questi si rivelano un ottimo abbinamento, mentre l’ottima mousse a mio parere conferma l’idea che il cioccolato richieda birre di corpo ancora più robusto, come Imperial Stout e alcuni Barley Wine.

C’è il tempo per un altro esperimento: come influisce il bicchiere nella degustazione di questa birra? Si impone una prova: riprovare l’ottima 2011 con la coppa Westvleteren, il Luttich e il Teku – ottima occasione per tornare ad assaporare un’altra 2011 – e rilevo come il Teku e in misura appena minore il Luttich facciano risaltare gli aromi in modo nettamente piu intenso rispetto alla coppa: cosa positiva nel caso di questa birra priva di difetti; minore la differenza al gusto.

click to enlargeCome già sottolineato, questa doppia verticale non aveva pretese “scientifiche”, nè le note degustative sono state dettagliate come da manuale; tuttavia ci ha permesso di ricavare interessanti indicazioni generali. La prima impressione è che la WV8, per quanto con ottime punte, sia alquanto discontinua nelle annate (o nei lotti), mentre la WV12 si è rivelata più costante su un livello sempre molto alto. Entrambi i tipi risultano bevibili anche senza un particolare invecchiamento, ma sono sicuramente al meglio dopo 3-4 anni. Dopo 5-7 anni l’evoluzione è netta, le birre assumono un carattere molto diverso, che ben si addice soprattutto alla 12 ma può risultare interessante anche per la 8. Infine, annate diverse possono avere evoluzioni diverse e le differenze tra un vintage e l’altro non sempre sono attribuibili all’età ma in alcuni casi proprio alla “riuscita” della singola cotta.

C’è infine chi manifesta il fondato dubbio che le annate più recenti (2013 e 2014) che abbiamo assaggiato, per quanto buone, nella loro evoluzione non riusciranno comunque a raggiungere le vette della 2005. Su questa nota di velato rimpianto chiudiamo la serata con l’unica certezza di aver passato tutti insieme alcune ore davvero piacevoli, per merito delle birre… e della compagnia!

 

Massimo Faraggi

(le foto sono di Rita Marinone)

2 thoughts on “Westvleteren, una doppia verticale

  1. […] Fonte: Movimento Birra L’idea fermentava già da tempo: constatato che le diverse visite all’Abbazia di St. Sixtus nel corso degli anni avevano popolato la mia cantina di alcuni lotti delle loro magnifiche birre, e verificato che l’amico Carlo (con il suo “complice” Mauro) era nelle stesse condizioni, perché non combinare le rispettive annate per una piccola verticale di Westvleteren 12? Dopo alcuni mesi, in attesa dell’occasione giusta, decidiamo di coinvolgere nell’operazione Giuliana e di approfittare della sua squisita ospitalità… e di un paio di altri “vintage” di WV 12 in suo possesso. Nel frattempo dalle cantine sono emerse anche alcune bottiglie di “8”… Leggi: Westvleteren, una doppia verticale […]

  2. Francesca ha detto:

    Delizia! Io l’ho adorata e ne ho scritto qui: https://sonoappunti.wordpress.com/2015/01/06/una-westvleteren-grazie/ Ho bevuto la 12 con quel saporino di uva passa. E’ una “comfort beer” senza dubbio

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