Degustando in verticale: cinque annate di Rochefort 8

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17/12/2014 di movimentobirra

click to enlargePoter disporre solo di una cantina di ristrettissime dimensioni (di fatto, uno sgabuzzino) ha molti svantaggi, primo tra tutti il rischio di dimenticarsi completamente di possedere alcune birre, specie se da 33 o 25 cl, sepolte tra scatoloni, casse e contenitori improvvisati.

Un piccolo vantaggio, strettamente connesso a questa situazione, è però quello di avere l’opportunità di ricevere gradite sorprese scoprendo in qualche angolo una bottiglia che era completamente caduta nell’oblio etilico e che magari si desiderava riassaggiare proprio in quel momento.

Qualcosa di simile mi è accaduto qualche mese fa: risistemando l’ “angolo trappista” del mio sgabuzzino, ho deciso di dare un’occhiata più approfondita alle bottigliette di Rochefort 8 e ho scoperto con sorpresa di possedere, oltre a un esemplare del 2007 acquistato in loco durante un memorabile viaggio in Vallonia in cui, complice Kuaska, un intero bus di italiani poté violare la proverbiale riservatezza dell’Abbaye Notre Dame de Saint-Remy accedendo all’impianto di produzione e visitando la chiesa con un bicchiere colmo in mano, anche bottiglie del 2009, 2010 e 2012.

L’indisponibilità delle annate 2008 e 2011 non poteva certo fermare un accanito birrofilo come il vostro affezionatissimo dal sano e giusto proposito di organizzare una verticale, sia pure “zoppa”: dopo una corsa al fidato beershop Beertop dell’amico Livio Gotti per procurarmi una bottiglia del 2013 e un messaggio di convocazione agli amici Paolo Algeri e Gioia Ravasio, freschi titolari del birrificio Hopskin, la serata era già organizzata.

Cinque bottiglie da 33cl per quattro persone non sono state certo una quantità in grado di obnubilare i sensi degli assaggiatori, il cui obiettivo era naturalmente quello di cogliere l’evoluzione aromatica e gustativa della celeberrima birra monastica.

Come da regola per le verticali, abbiamo cominciato stappando e versando nel verre originale dell’abbazia la più giovane del quintetto, dopo l’assaggio della singola annata abbiamo provveduto via via con la successiva, avendo sempre cura di lasciare fino alla fine nelle coppe un po’ di birra per poter confrontare continuamente le varie annate ed osservare anche l’evoluzione nel bicchiere.

click to enlarge2013

Il colore tra il fulvo e il legno mogano con cui è universalmente conosciuta questa birra si accompagna ad un bouquet dominato dalle note della frutta secca, con un particolare accento sul mallo di noce fresca, emerge comunque anche una nota speziata piuttosto aggressiva, che può ricordare il rafano.

In bocca si presenta con toni da caldi da cioccolato al latte e fico secco con una presenza percepibile del coriandolo (uno dei “segreti non troppo segreti” delle Rochefort, secondo Kuaska) e un tocco di sapidità, la carbonazione è decisamente vivace e il tenore etilico chiaramente percepibile sul palato, la sensazione globale è di una birra complessa che necessiti di qualche tempo ancora per maturare a dovere e amalgamare tutte le componenti gustative.

2012

Il colore non mostra variazioni significative rispetto all’annata precedente, all’olfatto pervengono ancora sentori di noce accompagnate però da un tocco di mandorla, fico secco e cioccolato al latte, i toni speziati sono più moderati rispetto alla più giovane e riconoscibili come note di coriandolo, mano mano che il bicchiere si scalda emerge sempre più prepotentemente un aroma di toffee.

Al gusto è decisamente più rotonda e profonda, le note cioccolatose virano verso un cacao più intenso e amaro, il coriandolo risulta meno evidente così come sono molto meno aggressive sia la frizzantezza che la componente etilica, che si delinea in un ricordo di liquore nocino.

La sensazione generale è quella di una positiva evoluzione e di un’accresciuta armonia complessiva.

2010

Il colore comincia ad essere visibilmente più scuro rispetto agli esemplari più giovani, l’aroma è più intenso e, pur con un sentore di noce sempre presente sullo sfondo, vede una prevalenza di note di dattero, accompagnato da cacao amaro, toffee e pera cotta al forno.

In bocca cominciano a sentirsi le ossidazioni, che si uniscono a sapori di dattero, ancora fico secco, nota fruttata, quest’ultima, che diventa prevalente lasciando la birra a scaldarsi nel bicchiere, e poi praline di cioccolato al caramello e un tocco di piccantezza da pepe nero.

L’alcool non è più evidente sul palato ed emerge solo come sensazione di calore nel petto dopo aver bevuto un sorso.

In generale, complessità e piacevolezza sembrano aver imboccato decisamente la strada giusta.

2009

Cromaticamente simile a quella dell’anno precedente, all’olfatto mostra un aromaticità meno spiccata e più “seduta”, dominata da sentori di budino al cioccolato e toffee sul solito sfondo di noce, lasciandola scaldare nel bicchiere emerge anche una nota fenolica.

In bocca le ossidazioni prendono decisamente il sopravvento, la sinfonia di aromi emersa nella 2010 si ripresenta in abiti decisamente meno ricchi e più stanchi, con maggiore prevalenza delle tostature.

Curiosamente, riemergono una carbonazione più vivace rispetto alla 2012 e 2010 e una speziatura tagliente che ricorda la 2013 e non si lega alla perfezione alle altre componenti.

L’impressione generale è dunque che il picco sia stato superato e la birra abbia imboccato la parabola discendente.

2007

Gli anni che passano lasciano la loro traccia: appena versata la birra rilascia un inconfondibile aroma di uva passa, che testimonia la maderizzazione in corso, accompagnata da note fenoliche e sentori di cantina e di salamoia. Lasciandola riposare un po’ nel bicchiere gli off flavour svaniscono e riemergono profumi di cacao accompagnati dall’uva passa iniziale.

Anche in bocca l’avanzato processo di ossidazione è evidentissimo: molte note da Xérès accompagnate dalla sopravvivenza del cioccolato al caramello già sentito nelle due precedenti annate, la speziatura da coriandolo rimane avvertibile sul palato mentre il corpo è completamente svuotato dal tempo, così come è svanita del tutto la sensazione etilica in bocca.

 

Volendo trarre delle conclusioni, che sono ovviamente parzialissime non solo per la mancanza di due anelli della catena delle annate ma, soprattutto, perché bottiglie conservate in condizioni diverse potrebbero dare altri risultati, si può dire che la Rochefort 8 è una birra che guadagna in complessità e armonia nel periodo che intercorre da uno a tre anni dall’imbottigliamento, raggiungendo forse il picco proprio intorno al terzo compleanno, mentre dal quarto anno in poi imbocca decisamente una parabola discendente che la svuota di corpo e brillantezza aromatica.

Simonmattia Riva

One thought on “Degustando in verticale: cinque annate di Rochefort 8

  1. ncl ha detto:

    Grazie dell’articolo, interessante.
    Mi stavo chiedendo: la data di “scadenza” delle bottiglie era già passata per tutte e 5?

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