Piccoli guerci crescono: una cieca pugliese

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19/06/2014 di movimentobirra

click to enlargeNel XVII secolo la Contea di Conversano era governata dal conte Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona, meglio conosciuto con l’appellativo di “Guercio di Puglia” per il difetto fisico che lo rendeva strabico, pare proprio ipovedente da un occhio. Cieco no, ma crudele ed alquanto spietato, dalla pratica dello ius primae noctis allo scuoiamento di alcuni nemici uccisi.

Nello stesso territorio di Conversano (nella frazione di Triggianello) di domenica pomeriggio abbiamo messo in scena una brutale degustazione dall’analogo handicap visivo in forma figurata, ovvero una cieca.

Alzi la mano chi non è stato mai attraversato dalla vanitosa e narcisistica sensazione di aver capito quasi tutto del mondo della birra, di aver scandagliato la quasi totalità degli stili birrari, svuotando interi portafogli per pub, beer shop, festival e viaggi tematici.

Questa convinzione, indubbiamente errata, necessitava di essere smascherata quanto prima e nel modo più traumatico possibile. Da queste considerazioni all’incontrarsi è presto fatto se si riceve anche la disponibilità domenicale nell’ accogliente La Cantina della Birra da Donato Di Palma, birraio e publican di un luogo spesso sede proprio di qualche corso di degustazione. Costruzione e distruzione delle proprie conoscenze non potevano che avere miglior compimento che nel medesimo luogo, secondo il più classico dei paradossi.

Non è stato facile cominciare, ma abbiamo preso coraggio e ci siamo buttati: schede alla mano, imbarazzo nei silenzi dei primi assaggi ma tanta voglia di concentrarsi e prendere sul serio questa occasione.
Otto i presenti e dieci le birre, incartate dalla testa ai piedi e riposte nel frigo sotto il bancone. Frigo da cui una gentile aiutante ha pescato a caso e stappato servendoci la bottiglia ai tavoli.
Avevamo previsto molto più dei dieci assaggi, ma complice il tempo volato e la voglia di non rovinare la bella esperienza vissuta fino a quel momento, abbiamo lasciato altre birre da parte per la volta successiva.

Invece che scoprire le birre tutte alla fine, già al termine della degustazione di ognuna abbiamo tolto l’involucro. Questo per meglio ricordare le sensazioni e permettere un più proficuo scambio di pareri, ovviamente ex post e con conseguenti sbigottimenti.
Insomma, le abbiamo scuoiate anche noi, da buoni guerci.

Di seguito l’ordine delle birre e la classifica in base al voto medio ottenuto, con relative considerazioni:

BIRRA ORDINE SERVIZIO MEDIA VOTI
London Stout – Meantime 4 7,14
Deus – Bosteels 3 7,00
Big Job – St Austell 2 6,94
Sorachi Ace – Brooklyn Brewery 1 6,44
Hop Harvest 2012 – De Ranke 10 6,38
Doppio Malto – Birrapulia 8 6,30
Ivanhoe – Ridgeway 9 6,30
Serra Santa – Birra Flea 5 5,71
Starship – L’Olmaia 6 5,67
Oxfordshire Blue – Ridgeway 7 5,30

click to enlargeN.1 London Stout – Meantime

Voto medio 7.14

Svetta su tutte le altre per facilità, tostati non eccessivi ed aroma di caffè, cacao e cioccolato fondente in un un generale equilibrio.

Nessuno è stato in grado di riconoscerla: tra porter e stout nessuno ha fallito ma solo il 37,5% hanno individuato lo stile (anche se il confine stout-porter, come noto, ai giorni nostri è labile) e sempre il 37,5% la provenienza inglese. Anche il grado alcolico è stato inquadrato abbastanza bene. I tratti distintivi sono stati “corpo esile e retrogusto secco”, due avvertono del legnoso, qualcuno l’ha penalizzata sentendo “salmastro, caffè ma non pulitissimo, cartone bagnato”, due sentono liquirizia e nocciola ed uno l’affumicato ed il torbato.

click to enlargeN.2 Deus – Bosteels
Voto medio 7.00

La birra-champagne è stata un po’ una sorpresa, sia nella presenza che nelle preferenze incontrate. Non sono mancate, però, osservazioni riguardo alla trama dolcissima e mielata, unita alla secchezza evidente. Tutto ciò ha un po’ confuso, ma dopo un po’ di brainstorming un partecipante ha indovinato birra e birrificio. Nel dubbio la provenienza belga è stata individuata dal 37,5%, stessa percentuale che ha votato per un condiviso e generico “belgian strong golden ale”. Il tasso alcolico, in media, è stato avvertito essere sotto di 3%alc. circa rispetto al dato reale. Per qualcuno “salata”, due hanno distintamente individuato una nota di cardamomo ed altri due puntano sulla presenza di pepe; un assaggiatore l’ha definita “vinosa e calda”, mentre risulta tipicamente belga ad un partecipante per la speziatura e ad un altro per la carbonazione.

click to enlargeN.3 Big Job – St. Austell
Voto medio 6,94

Si comincia a brancolare nel buio con una D-IPA brassata in UK, quindi né IPA inglese né A-IPA vera e propria.
In molti confermano sia la secchezza che un carattere luppolato leggermente amaro e spostato sull’aroma, quindi dry-hopping. Dalla limpidezza spinta e dalla mano leggera sui luppoli, si intuisce che si possa trattare di qualcosa inglese (il 25% lo becca) del nuovo corso. Solo il 37,5% va sulle declinazioni delle IPA mentre tra golden ale e APA si disperdono gli altri giudizi. L’alcol viene percepito pari a -0,9 rispetto ai reali 7,2%alc. C’è chi la giudica un po’ “evanescente ed astringente”, con “gusto terroso, nel complesso equilibrata”, chi dichiara il suo amore alla cieca promettendone di comprarne una cassa appena ne scoprirà il nome!

click to enlargeN.4 Sorachi Ace – Brooklyn Brewery
Voto medio 6,44

Spiazzante assaggio perché nessuno intuisce né lo stile né la provenienza di questa saison atipica, ma in molti ne sentono i caratteri luppolati esotici di mango, pesca o ananas, oltre all’amaro. Qualcuno azzarda la golden ale italiana standard, mentre altri si buttano sparsi su american pale ale, koelsch e cream ale. Insomma, nessuno indovina nulla e sembra quasi 2% alc più leggera.
I commenti si focalizzano sull’amaro con “luppolo erbaceo”, “all’olfatto fruttata, un po’ squilibrata sull’amaro”, “agrume non molto persistente”, mentre qualcuno ipotizza qualcosa di inglese con “lievito ale inglese un po’ stanco” ed altri un carattere “con nota di miele, leggeri esteri e speziata”. Di sicuro non è stata affatto semplice da interpretare, complice anche il fatto che fosse la primissima birra in degustazione.

click to enlargeN.5 Hop Harvest 2012 – De Ranke
Voto medio 6,37

Tra golden ale, belgian ale e saison, quasi tutti individuano nella luppolatura e nella rusticità i punti fermi di questa produzione, per cui al 62,5% non sfugge che si tratta di una belga fatta da belgi. I commenti, però, sono i più disparati soprattutto sul versante luppolato: si va dal sospettoso “lievito tipico di belga in autolisi” a “leggera presenza di esteri con speziatura” ed ancora “speziata e terrosa”, mentre in bocca risultava “poco amara”, con “nota erbacea leggera” e “corpo medio con note agrumate di arancia amara”. Sul fronte pronostici ad un certo punto è uscita fuori la tipicità di un amaro da XX Bitter, per poi osservare da etichetta che la base di questa belgian fresh hop/belgian blond/belgian IPA – o altre sfuggevoli definizioni – fosse proprio la storica belgian bitter di casa De Ranke. Non ha trovato consensi l’all-in per una Saison Dupont da parte di uno degli assaggiatori, ma attenzione…leggete i commenti alla cieca raccontata nel n.8 di ottobre 2012 di questa stessa rivista: anche in quell’occasione fu fatto il nome della Saison Dupont. Davvero curioso, no?

click to enlargeN.6 Doppio Malto – Birrapulia
Voto medio 6,30

Qui ci si rende conto della fragilità del taster: solamente il 25% capisce che siamo di fronte ad una bassa fermentazione, e solo uno ipotizza una bock quando invece trattasi di una doppelbock. Tutti gli altri propendono per scotch ale e strong ale e nella descrizione compaiono frutta secca e frutti rossi. Dal punto di vista dell’alcol, è stata battezzata mediamente 0,6 meno alcolica. Condizionati dalla cantonata sulla fermentazione, le osservazioni vanno sul “leggermente dolce”, “corpo acquoso debolmente luppolato”, “leggero miele” con ben cinque che individuano malti caramello o note caramellate. Grande la sorpresa al momento dello svestimento: consapevole di meritarsi le frustate altrui, un assaggiatore ha confessato di averla bevuta la sera precedente ma di non aver sospettato fosse lei!

 

click to enlargeN.7 Ivanhoe – Ridgeway
Voto medio 6,30

Situazione fermentazione qui opposta: solo il 37,5% riconosce che si tratta di una ale, complice la carbonazione alquanto vispa. Uno dei più caparbi segnala lo stile pale ale, due la battezzano lager mentre su tutto il resto regna il mistero. Le sensazioni convergono sul corpo leggero e la scarsa intensità con note mielose e di crosta di pane prevalenti per quattro partecipanti (qualcuno azzecca il malto Vienna). Il più creativo immagina si tratti di una “belgian ale con aggiunta di miele”, sensazione che però non corrisponde direttamente all’ingrediente. Uno dei degustatori ha avvertito DMS ma nessun altro si è avventurato in descrizioni che non ne evidenziassero il corpo watery, il generale bilanciamento e l’assenza di carattere.

click to enlargeN.8 Serra Santa – Birra Flea
Voto medio 5,71

Questa artigianale umbra non arrecava descrizioni di stile in etichetta, nonostante si possa ricondurre ad una belgian blond. Nessun problema, dato che solo il 25% è riuscito con fatica ad inquadrarla ed inserirla nel calderone delle belgian ale; inoltre il 37,5%, osservandone torbidità e trama, ha intuito fosse italiana. Due hanno pensato strizzasse l’occhio ad una interpretazione di una blanche ed altri due ad una golden ale, mentre uno ha pensato ad una IPA inglese. Tra le osservazioni “leggero agrumato e fruttato”, “al naso malti chiari e debolmente speziata”, “molto luppolata con corpo pieno” e “erbacea al naso, in bocca amara e leggermente astringente”. Emblematico il momento in cui, a carte scoperte, non veniva saziata la fame di informazioni sullo stile ignorando il nome della birra e del birrificio, sconosciuti ai più.

click to enlargeN.9 Starship – L’Olmaia
Voto medio 5,67

La nazionalità italiana si fa notare anche qui, con la percentuale più alta tra tutti gli assaggi, ovvero il 75%. Oltre a questo, buio totale. In modo particolare non piace l’amaro che nessuno riesce a collegare allo stile bitter né al mondo britannico in genere. Due assaggiatori la classificano come amber ale, uno con “english IPA all’italiana” sfiora il colpaccio. Amaro che mette in ombra anche la facilità, tanto che i commenti puntano sull’astringenza per ben quattro partecipanti ed uno lo associa ad “amaro di radice, di cicoria”. Ancora una volta un taster prova a piazzare il pronostico “belgian ale con miele”, miele di castagno in particolare, che a suo dire la rende molto elegante. Per un assaggiatore è sembrata “stanca, metallica” e sprigionava anche “zolfo” per un altro. A differenza degli altri casi in cui ne è omesso il riferimento, il grado alcolico non viene individuato con scostamento di pochi decimi, bensì risultano essere percepiti 6%alc rispetto ai 4,5%alc reali.

click to enlargeN.10 Oxfordshire Blue – Ridgeway
Voto medio 5,30

In coda un’altra birra dell’universo inglese: il 37,5% riconosce l’area geografica e la stessa percentuale definisce questa una pale ale, bitter e english ipa…risposte tutto sommato accettabili. Tuttavia poco più della metà si spinge confermandone la natura da alta fermentazione e quasi all’unanimità le vengono conferiti 5%alc., come da etichetta. Si spazia da “aroma floreale poco persistente ma corpo medio” a “corpo fluido” e “crosta di pane e lievito UK, leggeri fruttati e finale leggermente amaro”, mentre in due si soffermano sul carattere mielato e di crosta di pane. L’ennesima birra inglese, però, ha messo molti partecipanti di fronte alla propria scarsa conoscenza delle peculiarità più intrinseche di questi stili. Allo stesso tempo siamo convenuti che, da bevitori in questa nuova era birraria, abbiamo fatto un salto irreversibile verso sensazioni ben più intense e più ricche che ora non ci permette di tornare a comprendere bene dei sapori “vecchia maniera”.

Giudichiamo… i giudici

Il panel dei degustatori ha incontrato le maggiori difficoltà nel riconoscimento di birrificio e birra, come è ovvio che sia. In soli due casi il birrificio è stato individuato, dalla stessa persona, che si è dimostrata senza dubbio sagace non essendo colui che le birre le ha portate. La nazionalità è stata individuata nel caso della birra di L’Olmaia e della Hop Harvest 2012 con percentuali alte, mentre negli altri casi ci è riuscito meno della metà dei partecipanti, addirittura nessuno per la saison americana di Brooklyn e la Ivanhoe di Ridgeway (tra chi ha sbagliato e chi non se l’è sentita di sparare un Paese). Discorso analogo per lo stile, dove ancora la birra di De Ranke si è resa alquanto riconoscibile, tutt’altra situazione rispetto al flop soprattutto delle birre inglesi, distinte al massimo da tre partecipanti su otto.
Sul discorso fermentazione le sorprese maggiori arrivano dalla doppelbock pugliese e dalla stessa Ivanhoe, Probabilmente il motivo risiede per la prima in una ricchezza maltata alquanto evidente e per la seconda birra nella carbonazione più elevata del previsto oltre che nello scarso carattere. Difficoltà minori per la saison monoluppolo al Sorachi Ace e per la ESB di Ridgeway. Concludendo con l’individuazione del tenore alcolico, in ben sette casi su dieci la differenza di percezione è mediamente inferiore al grado, probabilmente dovuto ad una maggiore incidenza del mancato riconoscimento dello stile di riferimento.

click to enlargeLe conclusioni ed il feedback con gli obiettivi si mescolano al termine dell’esperienza, tra qualche bicchiere di birre homebrewed e le Birranova della casa. Sicuramente abbiamo capito quanto ormai le italiane in genere siano riconoscibili anche per caratteristiche come un velo di torbidità e una consolidata voglia di interpretazione. Ma al tempo stesso, quest’ultima è una caratteristica propria anche di birre USA. Se ci aggiungiamo il fatto che qualsiasi stile può e viene riprodotto in qualsiasi parte del mondo, ci si rende conto di come individuare lo stile e/o la provenienza diventa impresa quasi impossibile. Il concetto stesso di stile ne viene fuori tanto indebolito – dal punto di vista della contrapposizione tra ciò che è dichiarato in etichetta e ciò che viene brassato realmente – quanto rafforzato – in merito alla necessità di servirsi di questi paletti per potersi orientare.
A questo proposito, per le successive occasioni, avremmo anche pensato di porci degli obiettivi più specifici: cieca solo con birre inglesi dall’ambrato in giù, cieca solo con birre di un unico produttore (magari tra i più noti) o un didattico matching a risposta multipla birra-stile, forse un filo meno divertente ma un tantino più costruttivo.

Considerata la quantità di spunti personali e considerazioni collettive che ne vengono fuori e la quasi nulla organizzazione della degustazione, esperienze come queste risultano assolutamente da provare.
Meglio ancora se c’è un banco spine disponibile a fine serata per riprendersi!

Angelo Ruggiero

Le immagini delle birre assaggiate provengono da: Meantime Brewing, Birrapulia, Birra Flea, Copper & TheoryIperdrink.itBeers of EuropeBeverfoodTvoje Pivo

 

2 thoughts on “Piccoli guerci crescono: una cieca pugliese

  1. Iperdrink ha detto:

    ringrazio per la citazione nel vostro sito, posso chiedervi la gentilezza di correggere il link a fine articolo?
    complimenti per il blog e buon proseguimento 🙂

  2. movimentobirra ha detto:

    grazie a te per la segnalazione, in effetti i link in fondo erano venuti un po’ male 😉

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