Birre alla ciliegia nell’antica Scizia? Una folle (ma non troppo) ipotesi

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15/05/2014 di movimentobirra

József Rippl-Rónai, Albero di Amarene in Fiore (1909)

József Rippl-Rónai, Albero di Amarene in Fiore (1909)

Ci può essere un legame (acido e profumato di ciliege) tra il Brabante e l’antica Scizia?

Un passo delle Georgiche di Virgilio può mostrare una singolare assonanza con la leggenda bruxellense sulla nascita delle Kriek Lambic, tante volte narrate da Kuaska?

A voi lettori l’ardua sentenza, io mi limito ad enunciare i fatti.

Prima domanda: chi erano gli Sciti e dove si trovava la loro terra?

Risposta:  erano uno dei popoli che hanno abitato l’immenso spazio compreso tra il Baltico e il Mar Nero a ovest e gli altipiani mongolici a est.

Un popolo, come tanti altri, contrassegnato da un ingrato destino: stretti tra l’olimpico etnocentrismo (felice definizione dell’archeologa Veronique Schlitz) dei Greci a Occidente e l’analoga altezzosità dell’Impero Cinese a Oriente, le genti nomadi delle steppe e delle taighe hanno faticato parecchio ad accedere sul palcoscenico della storia prima degli ultimi due secoli.

Non a caso, quando un autore greco o latino parla di Scizia intende un territorio oltremodo vasto e poco definito, che comprende: le sponde settentrionali del Mar Nero e del Caspio e l’area ad est di questo specchio d’acqua fino agli Urali (attuali Ucraina orientale, Russia meridionale e Kazakhistan), le pendici settentrionali del Caucaso (attuali Georgia e Azerbaijan), il basso corso del Danubio al confine con la Dacia e, in alcuni casi, anche le pianure delle attuali Bielorussia e Polonia fino al Baltico, un’area, quest’ultima, che i romani in epoca imperiale ribatezzeranno Sarmazia

Un cavaliere scita

Un cavaliere scita

Gli Sciti però, grazie a Erodoto, che si avventurò fino ai confini sud-occidentali del loro territorio, e ai fitti scambi commerciali con l’Ellade, si guadagnarono un posto di non poco conto nell’immaginario ellenico e poi romano.

Seconda, conseguente, domanda: che immagine degli Sciti ci giunge dai testi greci e latini?

Risposta: quella di formidabili sbevazzoni dediti a feroci sbronze.

Platone, nelle Leggi, sostiene che gli Sciti, al pari dei Traci, bevessero vino puro e non allungato con acqua; secondo il filosofo, inoltre, le donne non erano seconde agli uomini nelle tenzoni alcoliche e tutti insieme se lo (il vino N.d.A) versano anche sui vestiti, e ritengono di osservare una bella e fortunata usanza.

Un secolo e mezzo prima di Platone, del resto, il poeta Anacreonte, grande cantore del vino e dell’amore, aveva scritto:

Portami un orcio, ragazzo,
ch’io tracanni d’un fiato,
mescimi dieci misure
d’acqua e cinque di vino,
perché di nuovo io celebri
senza violenza Dioniso
[…]
suvvia, non più di nuovo
tra gli urli e fra gli strepiti
beviamo, com’usano gli Sciti,
ma sorseggiando fra i bei canti

Una proporzione di uno a due tra vino e acqua come quella richiesta dal poeta era, nell’antica Grecia, indice di un’estrema volontà d’ebbrezza, ciò malgrado questa concentrazione etilica viene considerata moderata, sobria, eticamente ed esteticamente corretta rispetto alle chiassose sbornie degli Sciti, che emergono quindi come il contraltare dei Greci, il cono d’ombra che fa risaltare la luce del faro della civiltà.

Andando avanti nel tampo, nel III secolo a.C, l’allievo di Aristotele Ieronimo di Rodi testimonia come la locuzione “fare lo scita” fosse equivalente a “ubriacarsi”; similmente Giulio Polluce, nel suo repertorio lessicale intitolato Onomastykon, scritto ormai nel II secolo d.C in epoca tardoromana, riporta come “bere alla scita” fosse sinonimo di “bere alla goccia”, tutto d’un fiato, e ciò è coerente con la citazione di Platone circa il versarsi il vino sugli abiti.

Terza domanda: questa fama di ubriaconi inpenitenti era davvero meritata o era frutto di una propaganda politica e un po’ razzista?

Risposta: negli scritti di Erodoto, che si recò di persona presso le loro terre in epoca antecedente a tutte le tesimonianze fin qui citate, non troviamo in effetti traccia di un abuso quotidiano di vino da parte degli Sciti, i quali, secondo il medesimo storico, addirittura biasimavano i Greci per i Baccanali e i culti dionisiaci: a loro dire, era da stolti venerare un dio che conduce gli uomini alla pazzia, sia pure temporanea.

Ulteriore domanda collegata alla precedente: quanto vino avrebbero dovuto produrre gli Sciti per berne in così smodata quantità senza allungarlo con acqua alla maniera greca e romana?

La geografia del loro territorio fa pensare a temperature non molto favorevoli alla coltivazione della vite, numerosi autori antichi testimoniano in effetti che l’inclinazione all’alcol e il carattere passionale di questo popolo fossero dovuti al clima freddo dei luoghi in cui erano costretti a vivere.

Inoltre, nel IV secolo a.C, il poeta comico Antifane sostiene che gli Sciti non disponessero di vino, mentre il grande geografo Strabone, vissuto nella zona del Ponto Eusino (antico nome del Mar Nero) ai tempi della nascita di Cristo, testimonia che il nettare d’uva bevuto in Scizia fosse importato dalla Grecia.

Data per scontata l’insostenibilità economica di bere a garganella del forte e costoso vino greco importato, arriva un’ulteriore domanda, piuttosto impertinente: non è che la bevanda tracannata alla goccia (magari solo saltuariamente) dagli Sciti fosse, come avveniva tra Traci e Armeni, della più economica e leggera birra?

Erodoto parla di coltivazioni di grano e miglio da parte di alcune tribù Scite e la presenza di cereali fa inevitabilmente pensare alla pratica della birrificazione, le fonti più antiche come Omero ed Esiodo narrano però solo di una bevanda fermentata a base di latte di cavalla rimescolato, mentre il solito Erodoto fa un interessante riferimento ai frutti dell’albero Pontico, utilizzato per produrre una particolare bevanda:

Pontico si chiama l’albero del cui prodotto si cibano, ha le dimensioni di una pianta di fico, più o meno, e produce un frutto grande come una fava e che ha il nocciolo; quando è maturo lo filtrano attraverso panni e ne cola un succo denso e scuro, che chiamano «aschi»; se lo sorseggiano e se lo bevono mescolato col latte; di ciò che resta del frutto spremuto fanno delle schiacciate e se le mangiano.

A quale frutto conosciuto possono corrispondere quelli dell’albero Pontico?

Lo storico della birra Max Nelson ritiene che sia un tipo di ciliegia, altri autori hanno invece pensato all’anacardo, Erodoto inoltre non chiarisce se questa bevanda ottenuta miscelando latte e succo di frutto pontico fosse fermentata e inebriante o meno.

E’ solo con un Lexicon di autore anonimo e risalente agli albori dell’Impero Romano che apprendiamo che gli Sciti producevano, in quell’epoca, birre di miglio, mentre Prisco di Panion, storico di lingua greca del V secolo d.C che partecipò a una spedizione diplomatica presso Attila, re degli Unni, narra che nei villaggi sciti attraversati dalla delegazione venivano offerti agli ospiti, anziché frumento e vino, come dei Greci e dei Romani si sarebbero aspettati, miglio, idromele e una bevanda ottenuta dall’orzo chiamata dai locali kamon.

L’epoca tarda di queste citazioni non permette inferenze sulla presenza di birre in Scizia in tempi più antichi e potrebbe invece suggerire che gll Sciti abbiano appreso l’arte della birrificazione dai Traci o dai Celti, genti con cui questo popolo entrò in contatto fino a fondersi dopo il III secolo a.C.

(foto di Giorgio Marconi)

(foto di Giorgio Marconi)

Ma cosa c’entrano Virgilio e le Kriek in tutto questo?

Nel terzo libro delle Georgiche, il poeta latino parla proprio della Scizia, descritta come una terra fredda e inospitale, dal suolo giallognolo bagnato dal torbido Istro (secondo alcuni il Danubio, ma più probabilmente il Dnestr, chiamato in italiano Nistro) ed estesa fino alle coste del mare della Meozia (il Mar d’Azov).

Nel lunghissimo inverno scita, secondo Virgilio, il vino ghiaccia e deve essere tagliato con le scuri e, mentre all’esterno imperversano le tormente di nevi che lasciano cumuli bianchi alti fino a tre metri, gli abitanti trovano rifugio nel sottosuolo:

Gli Sciti riposano senza pericolo

in caverne scavate profondamente nella terra,

rotolano verso il focolare cataste di legno

e interi olmi, che danno alle fiamme.

Qui trascorrono la notte con il gioco

e imitano il vino

con sorbe acide e fermento 

La versione latina più accreditata riporta fermento, ovvio riferimento a un agente lievitante, anche la meno diffusa variante frumento porta comunque alla stessa conclusione: una specie di birra aromatizzata con sorbe o, più probabilmente, bacche acide, presumibilmente di colore rosso e magari raccolte dall’enigmatico albero pontico citato da Erodoto, per imitare il vino.

Servio Mario Onorato, commentatore di Virgilio vissuto nel V secolo d.C, conferma la non difficile interpretazione confermando che si tratta proprio di un tipo di birra: potionis genus est, quod cervesia nominatur (“tale bevanda appartiene al genere cervesia”). 

E’ sicuramente azzardatissimo accostare questo passo alla leggenda bruxellense circa la creazione della Kriek Lambic da un crociato originario di Schaerbeek,  il quale, dopo aver conosciuto in Terra Santa il vino, rosso come il sangue di Cristo, ne avrebbe avuto nostalgia e avrebbe pensato di imitarlo macerando le ciliege griotte degli alberi del suo giardino nella sua bevanda quotidiana, il Lambic. Volendo seguire senza autocensure il filo del pensiero, non ho però potuto resistere alla tentazione di trovare un’assonanza troppo curiosa per essere taciuta. 

Pura follia o squarcio di luce verso un’affascinante e singolare progenitura? A voi la scelta, spero solo di non avervi troppo annoiato.

Simonmattia Riva

One thought on “Birre alla ciliegia nell’antica Scizia? Una folle (ma non troppo) ipotesi

  1. Michele ha detto:

    Ma quale noia? Articolo interessantissimo dalla prima all’ultima riga. Vorrei leggerne di più di post di questa fattura. Complimenti Simonmattia!

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