Si chiamano homebrewer…

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07/05/2014 di movimentobirra

Si chiamano homebrewer per chi mastica l’inglese e domozimurghi per chi vive a Roma o ha fatto il classico e ci tiene a farlo sapere, Kuaska li ha spesso affettuosamente definiti avvelenatori mentre per i loro amici e familiari sono sempre e semplicemente quelli che si fanno la birra in casa.

Negli Stati Uniti sono stati il primo motore della rivoluzione che ha cambiato e sta tuttora cambiando il mondo birrario e anche in Italia è pressocché impossibile anche solo immaginare una scena craft senza il loro apporto: la stragrande maggioranza dei migliori birrai artigianali dello Stivale ha iniziato in casa tra pentoloni d’acciaio e serpentine di rame e la produzione domestica è un’ineguagliabile palestra anche per la degustazione.

Pensando proprio al rapporto, a volte armonioso  ma altre dialettico, tra birrificazione e assaggio, Luigi “Schigi” D’Amelio, nel suo memorabile articolo I nuovi mostri, aveva definito l’homebrewer come un singolare  personaggio che beve una birra pensando più a carpirne i segreti produttivi che a godersene aromi e sapori.

La mia assidua frequentazione di produttori casalinghi, dovuta ad amicizia, a incontri casuali a festival brassicoli e alle mie occasionali esperienze di membro della giuria in alcune tappe del Campionato Italiano indetto da MoBi, mi ha però portato alla conclusione che, parafrasando la celeberrima massima kuaskiana, “non esiste l’homebrewer, esistono gli homebrewer”.

Il genere “Homebrewer” (definito dal dizionario zoologico come “simpatico mammifero bipede, appassionatissimo artefice di liquidi alcolici e spumosi più o meno potabili”), infatti, può essere suddiviso in alcune fondamentali specie.

click to enlargeL’Archimede (non Pitagorico)

Unisce la manualità di un artigiano con cinquantennale esperienza al genio creativo di Leonardo da Vinci e al pensiero laterale di McGiver.

Quando guarda la famosa scena di Apollo 13, in cui gli addetti alla base di Houston devono ingegnarsi a costruire un adattatore per i filtri di anidride carbonica utilizzando i soli oggetti presenti sulla navicella spaziale, sorride compiaciuto perché lui avrebbe trovato la soluzione in metà del tempo.

La sua parabola da produttore casalingo è iniziata il giorno in cui, bevendosi una birretta in compagnia di un amico con la passione per le birre artigianali, ha avuto la sciagurata idea di chiedergli: “senti un po’, ma mi sapresti dire in breve come si produce la birra?”.

E fu così che parole come “mulino”, “tino di bollitura”, “falso fondo”, “filtro bazooka”, ”whirlpool”,” scambiatore di calore”, “controflusso”, ”travasi” catturarono la sua mente come nemmeno un bicchiere di pura ambrosia avrebbe potuto fare.

Da quel giorno ha già costruito sei impiantini completi utilizzando motori da tergicristallo, cinghie di trasmissione, rulli da aspirapolvere, il cambio di un furgone, lo sterzo di un trattore, pompe idrauliche di ogni foggia e misura e quattro sveglie.

E’ diventato l’incubo del suo meccanico di fiducia, che ogni tre giorni si sente porgere la richiesta di poter ravanare un po’ tra i materiali di scarto, il rapporto con sua moglie è invece notevolmente migliorato: dal momento che non possiede più nemmeno una pentola né, tantomeno, la macchina per impastare regalata dagli zii di lui al matrimonio e ormai da tempo diventata un mulino, la signora è infatti autorizzata a servire solo piatti freddi e trascorrere molto tempo libero in giro per negozi o dall’estetista.

Non ha ancora fatto una sola cotta: ogni volta che qualcuno gli chiede quando si potrà assaggiare una birra di sua produzione, infatti, l’Archimede risponde “eh, tra un po’, in questi giorni mi è venuta in mente una bellissima modifica per l’impianto”.

click to enlargeIl pitagorico (senza Archimede)

Se John Nash lo incontrasse, gli consegnerebbe subito il premio Nobel riconoscendone l’indubbia superiorità in ambito matematico.

Di ciascuna sua cotta passata può enumerare senza errore la lista di malti, luppoli e lieviti e le relative masse espresse in grammi, in libbre e in moli; la sua più grande soddisfazione è però proiettarsi nel futuro e calcolare O.G, F.G, EBC e IBU di qualunque birra produrrà da qui all’eternità.

Per questo investe un discreto patrimonio per inviare le sue produzioni a un laboratorio di analisi chimiche, al fine verificare lo spettro cromatico e le effettive unità d’amaro e confrontarle con i suoi calcoli; i suoi amici lo hanno udito costernati esaltarsi per una ciofeca imbevibile di cui aveva previsto esattamente grado di colore, densità e IBU e disperarsi di fronte a una grandissima birra che era sfuggita alle fitte maglie della rete numerica con cui ricopre l’intera realtà.

Ovviamente aborrisce e detesta i software per l’homebrewing, ritenendoli un artificio diabolico che eradica il senso stesso di dedicarsi a questo hobby. 

L’americano

Per lui gli States non sono solo la nazione in cui è iniziata la rivincita della birra artigianale, sono la Terra Promessa, i Campi Elisi dove ogni giorno si crea la perfetta verità brassicola, inattingibile in alcun altro angolo del globo.

Beve (a caro prezzo) solo bocce importate da Oltreoceano: non ha mai assaggiato una vera Kölsch o una Saison Dupont perché convinto che le reinterpretazioni ideate nel suo Paradiso non possano che essere superiori alle imperfette “prove generali” realizzate da secoli nei paesi d’origine degli stili.

Dispone di un impianto automatizzato comprato a cinquemila dollari (spese di spedizione escluse) via web, ove si rifornisce anche di malti e luppoli a stelle e strisce, non ha nessun problema con i lieviti perché osserva un rigoroso monoteismo: per lui esiste solo l’US 05, tutti gli altri ceppi “sporcano” il prodotto finito e sono come manipoli di eretici da sterminare.

Legge solo i forum e le riviste degli hombrewer statunitensi e guarda con un misto di tenerezza e pena ai suoi compatrioti che si arrabattano con pentoloni coibentati con lana di roccia, zapap fatti con il punteruolo e scambiatori di calore sottratti all’edilizia.

Su cento sue cotte, ottanta sono per produrre IPA, APA, A-IPA o DIPA, quindici per fare delle Imperial Stout mentre le rimanenti cinque sono “esperimenti che difficilmente ripeterò”.

Naturalmente non partecipa ai concorsi italiani di homebrewing, che ritiene di livello troppo basso per mettere alla prova le sue capacità.

click to enlargeIl nipotino di Lou Pepe

La sua passione per l’homebrewing era anche inziata in modo normale: kit regalato dall’incauta fidanzata, poi il gran salto al metodo E+G e, infine, lo sbocco naturale nel vasto oceano dell’all grain.

A una serata di degustazione ha però incontrato il “guru” (come lui lo chiama) che gli ha instillato la “scimmia” (come lui la chiama) [1] per le birre acide e, soprattutto, gli ha raccontato di una certa famiglia di Anderlecht in cui i nipotini chiamano il nonno “Lou Pepe”, mentre dinastie di aracnidi e stormi di microrganismi vivono da generazioni sulle pareti delle cantine, contribuendo a donare ai Lambic colà prodotti e fermentati off flavour e sapori irriproducibili altrove.

Da allora ha abbandonato tutte le sue consolidate ricette e si è dedicato unicamente alla fermentazione spontanea, sfruttando il solaio della nonna e le cantine ormai abbandonate di altri parenti anziani. Ovviamente si è guardato bene dall’apportare qualunque pulizia agli ambienti, introducendovi al contrario animali impagliati,  vecchi faldoni contabili, mummie egizie trafugate nei musei e qualunque oggetto in grado di incrementare il più possibile la presenza di forme di vita batteriche

Anche se gli amici gli fanno gentilmente notare di non gradire molto le sue nuove produzioni profumate di sala d’attesa del pronto soccorso o di vomito d’adolescente ubriaco e i più intimi gli confessano, addirittura, di rimpiangere i vecchi tempi in cui nelle sue bottiglie non c’era traccia di strane polveri e ragni fossili, lui non demorde: la strada è ormai tracciata, o sarà il vero erede di Lou Pepe o non sarà un birraio.

L’ubriacatore

Si è dedicato all’homebrewing per uno e un solo motivo: avere a disposizione elevate quantità d’alcool al minor prezzo possibile. Interviene su forum e newgroup di produttori casalinghi ponendo ossessivamente sempre la stessa identica domanda: “come faccio ad aumentare l’alcool?”

L’incremento della componente etilica nelle sue birre è l’unico motivo per cui ha abbandonato la comodità del kit per darsi all’E+G e caricare pesante con l’estratto di malto.

Naturalmente, se ne strasfrega di stili, bilanciamento della ricetta ed equilibrio gustativo: il suo sogno nel cassetto è riuscire a fare un perfetto clone della Du Demon.

13-degustatoreIl degustatore

La sua passione brassicola è iniziata bevendo, la sempre più capillare diffusione della domozimurgia e l’indubbia crescita di cultura e consapevolezza che ha potuto riscontrare negli amici che si sono dati a quest’hobby, lo ha però spinto a provare a produrre in proprio per capire meglio i segreti della produzione e le infinite possibilità aromatiche date dalla sapiente combinazione degli ingredienti.

Ovviamente, da fine conoscitore del nettare di Gambrinus, cerca grandi risultati e rimane sinceramente deluso quando l’esito della cotta non è quello sperato: per questo motivo tende a far assaggiare agli amici solo le produzioni che ritiene soddisfacenti, occultando in cantine murate e usando al più per cucinare i figli di un lievito minore.

Non partecipa ai concorsi perché teme che gli homebrewer che lo conoscono da tempo e gli avevano magari chiesto dei pareri sulle loro birrette lo apostrofino con un “ma come? Criticavi le mie e tu ti presenti con ‘sta merda?”

Lo scandinavo

Veste seguendo la nuova moda indie e in ogni sua scelta, dai libri, ai film, alla musica, propugna tutto ciò che, a suo dire, è sottovalutato e non mainstream.

Per questo motivo, in ambito birrario la sua attenzione è esclusivamente rivolta alle scure, notoriamente le birre più difficili da bere e meno popolari.

Ama tutti i microbirrifici danesi, norvegesi e svedesi, con una spiccata preferenza per quelli che hanno un impronunciabile nome di almeno 34 lettere (che lui ha imparato a snocciolare alla perfezione) o in cui almeno uno dei soci ha avuto un parente suicida o ricoverato in ospedale psichiatrico.

Le sue ricette, di conseguenza, prevedono sempre malti speciali e ingredienti inconsueti: si è tolto non poche soddisfazioni con la Smorregdosigursitsondottyr Porter, dedicata a una misconosciuta eroina della mitologia norrena, con 40% di CaraMunich e 15% di black, segale, bacche delle isole Åland e licheni selvatici, e con l’Äggtoddygustaffsson Gruyt, Barley Wine senza luppolo, con malti torbati e aggiunta di uovo a fine bollitura e poi tagliato con cognac in seconda fermentazione.

Le sue birre possono essere degustate in bicchieri neri, visto che l’esame visivo è assolutamente superfluo.

click to enlargeIl giapponese (alias il papà di Dolly)

Ricordate che, nel secondo dopoguerra, i giapponesi, allora agli albori del loro tumultuoso e frenetico sviluppo tecnologico, copiavano il design di qualunque prodotto occidentale? Dalle automobili, ai televisori, fino ai volti dei personaggi dei cartoni animati, nulla sfuggiva ai loro teleobiettivi e tutto veniva riprodotto con piccole modifiche.

Oggi le genti del Sol Levante hanno da tempo superato il Decadente Occidente in moltissimi campi dello scibile, ma la leggenda circa la loro abilità di “copioni” è tutt’ora viva.

Il giapponese tra gli homebrewer, però, più che un copione è un clonatore: tutti i suoi sforzi sono tesi a realizzare la copia perfetta di qualche grande classico birrario, preferibilmente belga.

La sua preparazione inizia con una lunga fase di estenuanti degustazioni verticali della birra prescelta (della quale tiene una scorta pressocché infinita in cantina) e prosegue con esperimenti di ingegneria genetica basati sul recupero dei fondi di bottiglia per carpirne le preziose cellule di lievito e riattivarle con opportuni starter.

Il clonatore cerca naturalmente di apprendere il maggior numero di particolari possibili sulla ricetta recandosi nel birrificio (ove possibile), conversando con birrai e importatori ignari dei suoi fini nascosti e, agli estremi, violando il segreto industriale con fotografie clandestine e furti di antiche pergamente monastiche.

Quando raggiunge un risultato soddisfacente, si può vedere stampato sul suo viso il sorriso folle del dottor Frankenstein.

Simonmattia Riva

foto da Wikipedia, licenza CC-BY_SA

 

[1]  Voluta citazione letterale da “Il phMetro” incluso ne “I nuovi mostri” di Schigi

4 thoughts on “Si chiamano homebrewer…

  1. Lorenzo ha detto:

    L’articolo è simpatico non dimentichiamo però che c’è anche gente che fa ottime birre e che tra tanti hobbisti ci sono una manciata di persone davvero qualificate che producono grandissime birre di una qualità che non sarà mai riproducibile a livello industriale.
    Per chi vuole iniziare, questa è una passione che richiede impegno , darà soddisfazioni e durerà molto di più di molte altre.

  2. Simonmattia ha detto:

    L’insostituibile contributo dato dagli homebrewer alla rinascita birraria mondiale è esplicitamente richiamato nell’introduzione, inoltre credo si noti che le iperboli con cui ho tratteggiato alcuni “tipi” del domozimurgo trasudino affetto e simpatia nei loro confronti.
    Non da ultimo, la macchietta del “degustatore” è ispirata anche a me stesso.

  3. samuele ha detto:

    Veramente molto divertente complimenti

  4. arzaman ha detto:

    Simpatico e mi sento un po di tutto ma soprattutto Archimede

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