La scena birraria islandese: una gradita sorpresa

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06/12/2013 di movimentobirra

click to enlargeAppena ho deciso di partire per l’Islanda mi sono immaginato da subito paesaggi magnifici, grandi cascate, natura selvaggia e un freddo quasi polare, ma certamente non pensavo di trovare grandi birre: l’unico “fermentato” locale di cui ero a conoscenza è il famigerato Hakarl, detto anche squalo putrefatto, piatto tipico islandese dal caratteristico e poco invitante aroma di ammoniaca. Contrariamente alle previsioni, lassù ho trovato una scena birraria molto giovane e in piena espansione, con diversi microbirrifici sparsi per l’isola e birre craft disponibili anche in paesi minuscoli.

L’Islanda è un paese rigoroso, e su certi argomenti l’atteggiamento è piuttosto proibizionista. La birra è stata illegale dal 1915 fino al 1989; da allora ogni anno il primo marzo si festeggia il Bjórdagurinn, giorno della birra, per celebrare la rinnovata libertà. Il divieto di vendita del vino e degli alcolici fu annullato nel 1935; curiosamente ciò non avvenne per la birra, poiché si pensava che il suo prezzo basso potesse portare a sregolatezza e a degenerazione della vita civile (!).

click to enlargeNonostante l’epoca del proibizionismo sia conclusa da un pezzo, ancora adesso gli alcolici non sono in libera vendita per l’asporto; a causa del monopolio statale sull’alcool sono disponibili esclusivamente in negozi appositi, chiamati Vínbúðin, che hanno orari molto particolari e variabili per evitare che i bevitori sviluppino una routine: per citare un esempio, spesso nei weekend o nella stagione fredda questi locali sono aperti solamente un’ora al giorno in modo da scoraggiare il consumo sfrenato, specialmente nelle buie giornate invernali. I minori di 18 anni ovviamente non possono neppure varcare la soglia di questi negozi. Nei supermercati sono disponibili solamente le versioni “low alcohol” delle maggiori birre industriali, nazionali e continentali, che raggiungono una gradazione alcolica massima del 2%. Per il consumo nei locali, invece, tutti questi problemi non sussistono: l’unico contrappasso è rappresentato da prezzi più alti di quelli italiani, seppur non di molto.

La marca di birra islandese più diffusa è la Viking di Akureyri, che produce una Lager filtratissima e molto carbonata e una Vienna ambrata e corposa, entrambe di scarsa qualità; leggermente migliori la Black Death, una Baltic Porter, e la Sumaröl, una Witbier speziata. Questo produttore ha da poco aggiunto alle produzioni “classiche” una linea di birre non pastorizzate ed etichettate diversamente: una Organic Pils, due Bock e una Stout. Pur essendo finte “craft”, sono comunque birre discrete.

Parlando invece di birra artigianale, tra i micro islandesi sono presenti due diverse scuole di pensiero: una, più classica, è vicina agli stili centroeuropei e caratterizzata dall’uso di spezie locali; l’altra, più modernista, è di ispirazione angloamericana e punta alla produzione di birre luppolate come Pale Ales, IPA e anche Imperial Stout. In questa divisione radicale c’è comunque un piccolo punto di incontro: quasi tutti i birrifici, compresi quelli industriali, producono una birra stagionale a base di frumento disponibile solo in estate.

Il primo microbirrificio islandese, Kaldi, è stato aperto nel 2006 nei dintorni di Dalvik, cittadina portuale nel nord dell’isola, da un birraio di origine ceca; produce birre a bassa fermentazione con ingredienti importati appositamente dalla Repubblica Ceca (esclusa naturalmente l’acqua). Ho assaggiato la Lager, una Pilsner boema piuttosto corposa, la Dökkur, una tipica Tmavé, e la Sumar, una Weizen abbastanza classica e un po’ stucchevole.

Borg, di Reykjavìk, è uno dei migliori produttori nazionali, anche se solo da poco ha un impianto di proprietà (prima produceva nell’impianto del birrificio industriale Egills): realizza prevalentemente birre in stile angloamericano, ma anche lager centroeuropee o birre belghe, tutte di buona qualità. Ho assaggiato la Briò, l’ottima Pilsner di casa, e la Úlfur, IPA da 5,6° con luppolatura freschissima, una delle migliori birre provate in Islanda. Notevole anche l’ultima nata Teresa, nonché la prima prodotta con il nuovo impianto: definita India Red Lager, è un’ambrata a bassa fermentazione amaricata con il Polaris, un luppolo tedesco di nuova generazione molto caratterizzante.

Ölvisholt è un altro produttore degno di nota, che segue entrambe le scuole di pensiero: le birre prodotte sono numerose, io ho provato solamente la Freija, una blanche acidula e speziata, la Vatnajökull, bock speziata al timo islandese, e la Rodull, un’ottima american IPA. Molto buona anche la Lava, un’Imperial Stout affumicata davvero particolare, tanto da essere considerata una delle migliori birre artigianali locali.

Einstök è l’ultimo birrificio nato in Islanda (2012), e ha sede ad Akureyri. Produce due birre fisse, una Toasted Porter e una Pale Ale, e due stagionali, una Doppelbock autunnale e una White Ale, Witbier estiva. Ho provato solo le prime due: discreta la Pale Ale, un po’ troppo spinta sul caramello ma ben luppolata, ottima invece la Toasted Porter, che interpreta uno stile in cui i birrai nordici difficilmente sbagliano.

Dulcis in fundo, Gæðingur, a mio parere il miglior microbirrificio islandese. Di scuola angloamericana, produce una Stout, diverse Pale Ales, una IPA e anche una Lager, tutte perfettamente in stile e caratterizzate da un’estrema pulizia e da luppolature abbondanti ma mai esagerate. Da quanto ho capito in loco dovrebbe trattarsi del più grande tra i piccoli produttori, con un impianto da 6 hl.

MicroBar, Reykjavìk

MicroBar, Reykjavìk

Veniamo quindi ai locali dove trovare le migliori birre che ho appena descritto: oltre ai già citati Vínbúðin, che troverete in ogni paesino, il migliore beer bar si trova a Reykjavìk: è il MicroBar, sito nel pieno centro della capitale in Austurstraeti 6. Si tratta di un locale piuttosto modernista, che ha a disposizione birre in bottiglia da tutto il mondo anche se punta soprattutto su classici belgi e americani e novità nordeuropee, tra cui spiccano birre danesi e norvegesi. L’impianto di spillatura, che ha ben otto vie, è invece dedicato ai prodotti craft nazionali, disponibili anche in bottiglia. Secondo quanto ho capito dall’incomprensibile lingua locale, il MicroBar dovrebbe essere di proprietà del titolare del birrificio Gæðingur, le cui ottime birre sono sempre presenti in ogni formato.

Solo dopo il mio ritorno, purtroppo, ho scoperto l’esistenza di un brewpub a Hòlar, nel nord del paese, chiamato Bjòrsetur Ìslands; a quanto ho letto sul web per ora produce solo una birra in stile India Pale Ale e ha a disposizione anche altre birre ospiti, sia alla spina che in bottiglia.

Pur non essendo una meta tipica da beer-hunters, l’Islanda si fa comunque rispettare sulla scena craft europea, con un mercato crescente e una distribuzione piuttosto capillare che permette di trovare facilmente le birre artigianali locali: una bella sorpresa, che rappresenta un valore aggiunto per questa splendida terra.

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