Salto nel buio – Valutiamo le birre… e i degustatori

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13/03/2013 di movimentobirra

Prima parte

Rimandando al completo report di Simonmattia per maggiori dettagli, possiamo fare qualche osservazione generale sulla “percezione” delle birre da parte del team di assaggiatori. Si conferma come l’assaggio alla cieca sia piu’ difficile di quanto si pensi, soprattutto se il target e’ identificare una birra precisa: questo e’ riuscito solo 5 volte (meno di un decimo dei tentativi, consideranto i 70 assaggi), tre delle quali da parte di chi aveva portato la birra stessa. In molto casi quindi la birra non e’ stata identificata neppure dal proprietario, mentre la Hop Harvest e’ stata la piu’ riconosciuta.

Proviamo quindi a partire da identificazioni a carattere piu’ generale, cominciando dal tipo di fermentazione. Questo e’ stato in generale correttamente determinato, con una notevole eccezione: la Rubia, una Keller Pils, e’ stata considerata all’unanimita’ una  birra ad alta – in particolare, una belgian blonde. A confondere i palati – azzardo un’ipotesi – potrebbe esser stata la ricchezza aromatica della birra, artigianale, non filtrata e ben luppolata e quindi spiazzante rispetto all’idea di lager come birra dagli aromi piu’ “puliti” e in certi casi meno ricchi. Comprensibile poi l’incertezza sulla Alt, che stile che pure essendo ad alta fermentazione condivide alcuni aspetti delle lager, tanto da esser considerata da taluni come uno stile ibrido.

Lo stile birrario e’ stato correttamente identificato per le birre di area belga e per la lager industriale. Del responso unanime – ma errato! – per quanto riguarda la “Rubia Pils Belgian Blond” abbiamo gia’ detto, mentre sulle rimanenti birre il panel si e’ diviso, sbilanciandosi in ipotesi differenti, nessuna delle quali ha centrato il bersaglio – complice forse la qualita’ o lo stato di forma non eccelso degli esemplari; va aggiunto che per quanto riguarda la ESB sono stati segnalati alcuni stili affini come bitter e IPA. La determinazione del paese di produzione ha seguito un andamento simile, con l’aggravante che nel caso della inglese ESB e tedesca Alt alcuni degustatori pur riconoscendo l'”ispirazione geografica”  si sono sbilanciati nell’affermare fossero “imitazioni” italiane di birre di quelle nazioni, non considerando l’ipotesi piu’ semplice, e questo ha abbassatp il risultato complessivo. Da notare inoltre che nel caso della Rulles un paio di assaggiatori pur non riconoscendo la birra ha correttamente specificato non solo la nazione (Belgio) ma anche l’area (Vallonia), facendo pensare ad una migliore conoscenza generale delle produzioni belghe rispetto a quelle di altre nazioni.

Il panel, infine, e’ stato abbastanza bravo nell’indovinare il grado alcolico delle birre. L’idea che le birre belghe “nascondano” il loro temore aòlcolico e’ stata solo parzialmente confermata, con la Rulles blonde stimata mediamente al 6% (un grado in meno di qelli effettivi) con punte inferiori del 5%, mentre Hop Harvest e Moneuse non hanno ingannato gli assaggiatori. All’estremo opposto la ESB, la cui forza e’ stata sovrastimata mediamente di quasi due punti, indizio (naturalmente da confermare) che le birre UK possano avere un impatto maggiore rispetto alla loro moderata gradazione.

Seconda parte

Anche per questa seconda tranche di birre possiamo fare qualche osservazione generale sulla “percezione” di queste  da parte del team di assaggiatori, rimandando al più completo report di Simonmattia per maggiori dettagli, nonché agli articoli presenti nel numero precedente.

Si conferma anche in questo caso la difficoltà dell’assaggio alla cieca, soprattutto per l’individuazione di una specifica birra, impresa riuscita solo 3 volte su 70 assaggi e solo da chi aveva portato la birra stessa… e nemmeno in tutti questi casi! Insomma è ben diverso individuare una birra fra altre anche simili essendo al corrente della sua presenza, rispetto a riconoscerla totalmente “al buio”.

Passando ad aspetti più generali, il tipo di fermentazione non è stato un problema visti gli stili in gioco, ma anche in questo secondo gruppo di birre l’individuazione della nazionalità e dello stile non è stata facile e si sono ottenuti risultati solo appena migliori rispetto al primo gruppo, con una media generale sotto al 50%.

La mancata individuazione dello stile può essere naturalmente imputata alla labile aderenza delle birre agli stili e ai confini a volte sfumati fra gli stessi. Spicca soprattutto il fatto che nel lotto non ci fosse alcuna Black IPA dichiarata, eppure questa denominazione è stata a grande maggioranza attribuita a ben tre delle birre, tra cui la “black saison” di Extraomnes/Toccalmatto. In questi casi forse i degustatori sono stati un pò sbrigativi nell’identificare in questo stile recente e forse un pò “modaiolo” ogni birra scura con un carattere agrumato più o meno spiccato. En plein invece per stile e (quasi) per nazionalità della Belhaven Scottish Stout; essendo anch’essa un pò fuori dagli schemi per una stout, le identificazioni sono state considerate valide con una certa elasticità.

L’identificazione della nazione di provenienza è stata alterna, con alcuni buoni successi e qualche abbaglio collettivo. Come nel caso delle birre del lotto precedente, in alcuni casi i tasters pur intuendo più o meno correttamente l’ispirazione geografica hanno avuto l’errata sensazione che fossero imitazioni italiane, nazionalità che a maggioranza assoluta è stata attribuita all’americana Lost & Found e alla nordica Imperial Brown Ale di Nǿgne. Viceversa la già citata Tainted Love – unica davvero italiana insieme alla Krampus – è stata con quasi unanime decisione attribuita al Regno Unito, fatto curioso dato che oltretutto lo stile erroneamente attribuitole, pur essendo ormai diffuso anche in UK, è di origine USA.

Quasi en-plein invece nell’identificare come italiana la Krampus (nella variante acida della Riserva Strepponi) come birra “nostrana”, forse immaginando che una birra con questi caratteri di originalità non potesse che essere italiana!

Anche per queste birre, infine, il panel è stato preciso nell’indovinarne il grado alcolico, con l’eccezione ancora una volta dell’indecifrabile Tainted Love, che a quasi tutti è sembrata ben più consistente rispetto al suo grado alcolico moderato… a quanto pare questa collaborazione fra le due birrerie pur essendo molto apprezzata è riuscita a disorientare del tutto i nostri assaggiatori!

tabellabirre2

Massimo Faraggi

4 thoughts on “Salto nel buio – Valutiamo le birre… e i degustatori

  1. Francesco ha detto:

    Pongo una domanda da appassionato, ma sicuramente non sono un esperto:

    se gli ingredienti delle birre fatte in Italia (chiamarle italiane è troppo dato che non sono materie prime autoctone) vengono comprati dal Belgio, come si fa a decifrare se la birra è italiana o belga?

    Per fare un esempio: un austriaco compra delle uve Traminer in Trentino e fa il vino in Austria. Un sommelier potrebbe mai decifrare che quel vino è stato fatto in Austria e non in Italia?

  2. bertinotti ha detto:

    Non sono (semplicemente) le materie prime, ma l’aderenza o meno a canoni di uno “stile” a fare intuire a chi assaggia se la birra è belga o tedesca o italiana. Ossia al modo in cui le materie prime sono combinate dal birraio nel realizzare una birra. Ma è un esercizio degustativo che a mio avviso lascia il tempo che trova (più un gioco, insomma): un birraio belga può realizzare una birra totalmente “non belga” mentre un birraio italiano ne può fare una “belga sino al midollo”…

  3. maxbeer ha detto:

    Io considero la nazionalita’ della birra a seconda di dove e’ prodotta, se in Italia la chiamo italiana e cosi’ via, e direi che questo suggerisce la “prassi” e il buon senso. In caso contrario, far riferimento alle materie prime porterebbe diverse birre che usano malti e luppoli di provenienze diverse a essere “apolidi”. E questo vale anche per birre non prodotte in Italia, e non da oggi, perfino per paesi di grandi tradizioni birrarie: ad esempio leggendo gli archivi di fine ottocento di grandi e famose birrerie inglesi, si scopre che gia’ usavano luppoli e malti provenienti da tutto il mondo (USA e pacifico compresi).
    Nel merito, riconoscere il luogo di produzione di una birra e’ in effetti poco piu’ che un gioco, basato non solo su una analisi sensoriale riguardo a provenienza delle materie prime e stile, ma anche sulla propria esperienza e “memoria”, magari cercando di identificare proprio la birreria o la birra stessa (o credendo di identificarla ;-))

  4. Francesco ha detto:

    Vi ringrazio per le risposte, ora le cose mi sono più chiare.

    Per quanto riguarda la nazionalità vado sempre in contro a una certa resistenza psicologica quando non si usano prodotti autoctoni. Sarà per colpa della mentalità enologica, chissà.

    In tutti i casi non è che le disprezzi quelle birre, anzi i miei luppoli preferiti sono quelli americani e di birre americane ne conosco poche, per dire.

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