Salto nel buio – Birre e degustatori alla prova (prima parte)

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11/03/2013 di movimentobirra

È ora di cominciare!

È ora di cominciare!

Quando (spesso) beviamo una birra, quanto può essere forte l’influenza dell’etichetta sul nostro giudizio?

Senza voler accarezzare il mito, probabilmente irraggiungibile, della “degustazione perfetta”, possiamo escludere che, nel velocissimo viaggio che dal naso e dalle papille gustative conduce alla parola, si infilino memorie di precedenti bevute, il nostro più o meno pesante bagaglio di cultura (birraria e non), opinioni di esperti, simpatie o antipatie, in una parola: pregiudizi?

Se siamo onesti fino in fondo, non possiamo che rispondere negativamente alla domanda e ricordarci di quante volte ci siamo avvicinati alla spina o alla bottiglia pensando “la X è una grandissima birra, non mi deluderà” o “del  birrificio Y ho sempre trovato birre infette, anche stavolta sarà la solita solfa (con tanto zolfo al naso)”.

Il viaggio al centro della nostra onestà intellettuale ci farà poi magari ricordare anche di un’occasione o due in cui la birra X non era proprio così in forma come al solito (eufemismo per dire “non la si beveva manco con l’imbuto”), ma, in cuor nostro, l’abbiamo perdonata sfogliando l’ampio catalogo delle possibili scusanti (“troppo giovane”, “bottiglia malconservata, maledetto distributore”, “fusto scosso durante il trasporto”); oppure di quel festival in cui il birrificio Y si era presentato con una birretta davvero a posto e senza difetti ma noi, con l’implacabile tenacia di un inquisitore spagnolo, ci siamo messi a caccia di impercettibili tracce di off flavour o di spiacevoli microsensazioni boccali, naturalmente trovandole, perché qualcosa a cui appigliarsi per giustificare un’opinione la si trova sempre, specie se alle spalle c’è l’incrollabile fede nella propria facoltà di giudizio.

E’ proprio per mettere alla prova le proprie nude capacità gustative e cercare di capire quanto a fondo la stima e la fiducia (o il loro contrario) in un prodotto e nel suo artefice pilotino impressioni e descrizioni, che dieci soci Mobi si sono ritrovati per cimentarsi in una degustazione alla cieca di quattordici birre tra loro diversissime per provenienza, stile e prezzo sul mercato.

Il pretesto, invero, era stato uno scambio di battute tra Bruno Carilli e Stefano Ricci circa le differenze tra la Tainted Love prodotta nell’impianto di Toccalmatto e la stessa collaboration beer realizzata invece presso Extraomnes; ad ogni modo la proposta di Stefano di riprendere un’esperienza già provata alcuni anni fa presso lo Sherwood Pub di Nicorvo ha avuto un immediato seguito sul forum di Mobi, testimoniando un notevole interesse da parte dei soci di mettersi alla prova e imparare l’uno dall’altro senza il timore di fare brutte figure per gli inevitabili errori nel riconoscimento delle birre.

Le questioni logistiche sono state risolte in modo rapido e semplice,  testimoniando l’efficacia del “bar virtuale” di Mobi come strumento organizzativo.

Senza fatica si è infatti trovata una data, il pomeriggio di domenica 22 aprile 2012, e un luogo, la sala al primo piano della birreria “Il Porco” di Corbetta (MI), ottenuta grazie alla disponibilità di Filippo Garavaglia, che lavora presso il locale.

Poche e chiare sono state anche le regole dell’evento, preventivamente condivise sempre sul forum:

1)   Non più di dieci partecipanti, per evitare eccessiva confusione, il criterio di scelta è stato l’ordine di iscrizione

2)   Ciascun partecipante doveva portare una birra, in quantità tale da consentire un assaggio di 15 cl a testa: quindi due bottiglie da 75cl o cinque da 33cl.

3)   Le bottiglie dovevano essere coperte con carta stagnola per rendere impossibile il riconoscimento anche a chi le serviva.

4)   Nessun vincolo in termini di stili birrari, con poche eccezioni: veto alle produzioni di homebrewing, a lambic e derivati e a ciò che Schigi ha definito “svuotacantina” (esempio: la pils artiginale comprata al mare tre anni fa e dimenticata un’intera estate nel baule dell’auto…), ammesso invece il vintage a patto che fosse compatibile e sensato rispetto allo stile scelto.

5)   Compilazione, da parte di ciascun partecipante, di una scheda descrittiva per ogni birra, sulla quale annotare le principali caratteristiche visive, olfattive e gustative nonché azzardare un riconoscimento di stile, Paese o regione di provenienza, tipo di fermentazione, gradazione alcolica ed esprimere una valutazione numerica da 1 a 10 del personale gradimento.

Dopo l’arrivo al pub, le bottiglie sono state consegnate a Francesca, Marcella e Thais, tre fidanzate “mobbiane” che si sono gentilmente rese disponibili a effettuare il servizio al tavolo: la loro ricompensa è consistita nel bere molto di più dei dieci partecipanti, grazie alle eccedenze di birra. Dal momento che il secondo punto del regolamento era l’unico passibile di una certa flessibilità, le birre arrivate all’appuntamento sono infatte risultate quattordici anziché le dieci preventivate, con conseguente diminuzione delle quantità effettivamente assaggiate da ciascuno…in altre parole, i partecipanti si sono preoccupati di arrivare lucidi fino in fondo e hanno così spianato la strada a una mezza sbronza delle cortesi aiutanti.

Le tre fanciulle, dopo aver raccolto e suddiviso le bottiglie senza togliere ad esse la stagnola, hanno assegnato a ciascuna birra un numero progressivo e le hanno servite in quella successione: l’arrivo sul tavolo dei degustatori è stato dunque assolutamente casuale e senza alcuna scaletta ragionata in base agli stili, al tipo di fermentazione o alla gradazione alcolica.

La degustazione-discussione è durata oltre tre ore, alternando momenti più “seriosi” e di autentica concentrazione ad altri più leggeri e divertenti: all’inizio delle danze si era stabilito di procedere silenziosamente all’assaggio e alla compilazione della scheda, per poi incaricare, a turno, un partecipante di descrivere quanto appena assaggiato e procedere quindi a un confronto tra le osservazioni di tutti i partecipanti.

Il team di degustazione quasi al completo... a parte l’autore della foto (Sergio Riccardi)

Il team di degustazione quasi al completo… a parte l’autore della foto (Sergio Riccardi)

E’ stato però difficile rispettare la consegna del rigoroso silenzio, soprattutto quando si ha davanti un bicchiere della bevanda più socializzante del mondo e fa parte della compagnia un personaggio come Schigi, sempre pronto a lanciare commenti salaci (in alcuni casi volutamente fuorvianti, per andare a pesca di boccaloni) e a narrare aneddoti birrari di ogni sorta. La riservatezza sulla valutazione numerica che ciascuno ha assegnato alle birre proposte è stata invece efficacemente mantenuta.

Come si leggerà nell’analisi delle schede, sono arrivate delusioni da parte di alcuni mostri sacri birrari, mentre i prodotti industriali inseriti nel lotto degli assaggi (non c’era alcun esplicito veto a riguardo) hanno ricevuto tutti valutazioni molto basse.

Tutti i partecipanti hanno dichiarato di trovarsi in una singolare, ma istruttiva, sensazione di spaesamento di fronte a questo esercizio, personalmente posso aggiungere di essermi reso conto, a posteriori, di come la situazione mi abbia condotto a una maggiore severità nei giudizi assegnati alle birre.

Naturalmente non sono mancati momenti gustosissimi e memorabili, come la frase “se chi ha fatto questa birra è belga, bisogna togliergli la cittadinanza” lanciata da un partecipante a proposito di una birra rivelatasi poi, naturalmente, belga, o il giudizio “cafonata danese” che un altro partecipante ha riservato a un’artigianale italiana.

Inoltre, Schigi, unico “pro” presente oltre al padrone di casa Filippo, ha apprezzato molto una delle birre belghe proposte, gli è piaciuta così tanto da pensare che fosse una produzione di Extraomnes…

L’incontro si è chiuso con un assaggio finale “in chiaro” di ottime birre inglesi appositamente portate da Londra da Andrea Bernardi (alias Mobibern), un brindisi con una Cantillon Kriek Lou Pepé aperta da Filippo e, dulcis in fundo, l’esperienza estrema di una stout invecchiata tre anni dal singolare aroma canforato, frutto delle antiche fatiche da homebrewer di un partecipante che ha fortunatamente abbandonato questo hobby.

Il successo dell’iniziativa è stato decisamente suggellato dai saluti finali, dominati dalla domanda “a quando la prossima cieca?”.

Presto, ci auguriamo.

Le birre assaggiate: i giudizi

Le prime otto birre

Le prime otto birre

Questa è la classifica di gradimento di otto delle quindici birre presentate nel corso della degustazione alla cieca; le altre birre saranno riportate nella seconda parte del report. Da notare che complessivamente  ciascun partecipante ha in realtà bevuto quattordici birre, perché, come nono assaggio, metà tavolo ha ricevuto la Poretti ai 7 luppoli e l’altra metà la lager chiara a marchio Coop.

E’ significativo notare come i prodotti industriali o semi-industriali (Pinkus Müller dichiara sul suo sito web di produrre 20.000 hl/anno) siano finiti agli ultimi posti della graduatoria, un altro dato molto interessante è la sostanziale omogeneità nelle valutazioni tra i partecipanti, con un ridotto scostamento dalla media dei voti espressi dai singoli.

Solo in 6 casi su 140 valutazioni (con riferimento a tutte le birre degustate, comprese quelle che appariranno nella seconda parte del report)  infatti, qualcuno ha assegnato a una birra un voto distante più di un punto e mezzo dalla media finale; inoltre, in nessuna occasione è arrivata una valutazione alta per birre bocciate da tutti gli altri partecipanti o, al contrario, una stroncatura per un nettare di malto risultato gradito al resto dell’assemblea. Un simile risultato può essere spiegato con una sostanziale omogeneità delle capacità degustative dei convenuti, ma anche con una sorta di affinità culturale: sarebbe probabilmente interessante ripetere l’esperimento inserendo nel gruppo anche neofiti dell’universo artigianale o persone assolutamente digiune di cultura birraria.

La Moneuse – Brasserie de Blaugies 

click to enlargeLe peculiari note aromatiche, spiccatamente belghe, dei lieviti, e la caratteristica punta acida agrumata presente, sia al naso che in bocca, hanno dominato i commenti: “lievi note acidule/belghe al naso, amara, corpo pieno e lievito pulito in bocca”, “leggero vinoso al naso, buon corpo, equilibrata e con una punta d’acidità”, “lieviti belgi al naso, in bocca speziata, finale alcolico, leggermente amaro e secco”.

La scia dei lieviti ha orientato la stragrande maggioranza dei partecipanti (sette) a indovinare la provenienza geografica di questa birra, che è stata da molti definita “strong saison” o “belgian strong ale”. Solo chi l’ha portata l’ha riconosciuta appieno, due assaggiatori han pensato alla Avec les Bon Voeux di Dupont e ci sono state anche due tentativi di identificazione italiane: Straff di Extraomnes e Open Mind di Montegioco.

“Buona, anche se troppo fredda ed è finita subito”, è stata la significativa chiosa finale di un convenuto.

Hop Harvest – Brouwerij De Ranke

click to enlargeQuesta birra ha vinto l’Oscar di giornata della riconoscibilità: ben 3 partecipanti l’hanno identificata in modo completo, un altro ha individuato il birrificio, tutti ne hanno inteso la provenienza belga, pur pensando magari ad altre produzioni (c’è chi vi ha visto la Saison Dupont, chi la Saison d’Erpe-Mere e chi La Rulles Blonde). Un tale risultato può essere indice sia della costanza qualitativa di De Ranke che del frequente godimento di questa birra da parte dei presenti.

Tra i commenti, tutti si sono concentrati sull’equilibrio tra la componente maltosa-mielata, le punte acidule e la secchezza amara finale:”amara ma poco terrosa, leggermente citrica, “belgian blond ale ben bilanciata, poco terrosa per essere una saison”.

Rubia Keller Pils – Birrificio Geco

click to enlargeLa prima birra arrivata sul tavolo dei degustatori è un’italiana che si è travestita da belga: ben 9 partecipanti l’hanno infatti definita belgian blonde o belgian pale ale, anche se due di essi l’hanno identificata come di produzione italiana. Due persone hanno creduto di trovarsi di fronte la XX Bitter di De Ranke, uno la Hop Harvest e uno La Rulles Blonde.

E’ stata inoltre una delle birre che ha diviso di più il tavolo di assaggiatori, forse a causa di una significativa differenza tra le bottiglie servite: c’è chi ha sentito “luppoli di Poperinge” e chi “luppoli tedeschi, malti non so”, qualcuno l’ha trovata pulita con “malto e una punta di lievito (crosta di pane)” altri han sentito “puzzettina di cartone bagnato”.  In bocca qualcuno ha avvertito un “buon equilibrio complessivo, finale piuttosto amaro, lieve astringenza”, qualcun altro l’ha trovata “eccessivamente carbonata, mediamente amara, persistenza quasi nulla”, altri ancora scrivono “attacco dolce (miele chiaro) molto tenue, astringenza abbastanza decisa, amaro erbaceo (tarassaco) non pulitissimo, un po’ legnoso”.

La Rulles Blonde

click to enlargeLo stile è stato riconosciuto abbastanza agevolmente: sei assaggiatori l’hanno definita belgian blond ale e due saison, una persona l’ha scambiata per la Runa di Montegioco mentre un’altra non si è espressa sullo stile.

Forse a causa del non eccelso stato di forma di questa birra, tesimoniato dai voti, nessuno l’ha riconosciuta compiutamente e cinque partecipanti han pensato di essere di fronte a un prodotto italiano su stile belga: “tentativo di belgian ale” è stato significativamente scritto da un convenuto. Quattro persone l’hanno correttamente individuata come belga, due indicando anche la regione vallona.

I commenti hanno evidenziato la non ottimale condizione delle bottiglie: “fenolico, leggermente ossidata”, “naso non pulitissimo”, “manca di pulizia, lieve ossidazione”, “olfatto poco pulito, al gusto si lascia bere in un primo momento, poi emergono i difetti (vegetale cotto)”,”puzzetta di straccetto”, “no persistenza, no retrogusto”, “troppo etilico al naso”.

Merlin’s Magic Extra Special Bitter – Moor brewery

click to enlargeProseguendo ad analizzare le delusioni, la Merlin’s Magic è stata individuata abbastanza correttamente come birra di stile anglosassone: due partecipanti l’hanno individuata come special bitter mentre altri cinque han pensato ad un’IPA o APA, due non si sono espressi e un ultimo l’ha definita birra con spezie con un significativo punto interrogativo.

Tutti e dieci gli assaggiatori han pensato di essere di fronte a una produzione italiana poco riuscita e i commenti hanno inevitabilmente sottolineato i numerosi difetti: “acidulo iniziale, corpo esile, finale assente”, “attacco lieve di mandorla, poi subito un amaro legnoso, sapone, corpo molto esile rispetto all’alcol”, “foglia morta, ferro, acqua stagnante”, “amaro sbilanciato, corpo scarsissimo”, “astringenza di malti tostati, luppoli poco equilibrati”, “amaro grezzo e un po’ poco snello”, “leggero zolfetto al naso, non a posto o green”

Poretti non filtrata ai 7 luppoli

click to enlargeServita come nono assaggio a metà dei convenuti, tre dei quali l’hanno ritenuta ad alta fermentazione, uno di essi, in particolare, ha pensato ad una birra al miele.

Tre assaggiatori su cinque l’hanno considerata italiana, uno belga, i commenti sono stati piuttosto scarni e in linea con le bassissime valutazioni: “problemi di fermentazione”, “malto, ossidazione, pipi di gatto/scatoletta di tonno al naso”, “dolce, toni ossidati, sentori metallici in bocca”.

 

 

Original Altbier – Pinkus Müller

click to enlargeLe bottiglie arrivate in tavola erano gravemente difettate, come testimoniano sia l’unanimità di voti negativi che le dichiarazioni di chi l’ha portata, che è comunque riuscito a riconoscerla. Per il resto, tre persone hanno identificato uno stile di area tedesca (vienna, munich dunkel, bock), altre tre hanno pensato a una brown ale e una ha scritto “amber lager”. Cinque convenuti han pensato a una produzione italiana, due a una tedesca e due a un’inglese (credendo di individuare la Old Suffolk Ale di Green King passata in botte).

I commenti sono, naturalmente, quasi tutti impietosi: “corpo nullo, caramello, finale assente”, “caramello bruciato che invade il palato, frizzantezza che prende a pugni la lingua, amaro finale assente”, “diacetile al naso, acidità e alcol in bocca”, “tragedia: no retrogusto e persistenza troppo carbonata”, “diacetile enorme”, “diacetile, zolfo”

Birra lager chiara Coop 

click to enlargeIl nono assaggio per l’altra metà dei partecipanti, è stata individuata come lager da quattro persone su cinque, mentre l’ultima ha pensato a una “special pils”. Due l’hanno ritenuta italiana, uno olandese, uno nordica e uno di provenienza indefinita, avendolo identificato come prodotto industriale.

I commenti sul piano gustativo si sono focalizzati sull’assenza di caratteristiche di rilievo più ancora che su difetti: “non sa di niente”, “attacco tenue di miele chiaro sul palato, corpo esile, scivola via come acqua, amaro inapprezzabile”, “gusto completamente assente”, “sapore inesistente”

Per quanto riguarda l’analisi olfattiva invece sono emerse caratteristiche poco gradevoli comuni a molti prodotti industriali: “subito una disgrazia, poi un po’ meglio ma niente di che”, “skunky, cartone bagnato, miele chiaro (robinia)”, “miele e basta”, “pipì di gatto”.

Simonmattia Riva

3 thoughts on “Salto nel buio – Birre e degustatori alla prova (prima parte)

  1. […] i punteggi di tutte le birre assaggiate nel corso della degustazione alla cieca raccontata nel post precedente, nel quale erano anche state descritte otto delle birre. In questo post vengono presentate le note […]

  2. […] post i punteggi di tutte le birre assaggiate nel corso della degustazione alla cieca raccontata nel post precedente, nel quale erano anche state descritte otto delle birre. In questo post vengono presentate le note […]

  3. […] al completo report di Simonmattia per maggiori dettagli, possiamo fare qualche osservazione generale sulla […]

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